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Il futuro della sinistra si gioca nel Pd, al congresso

ROMA – “Rimoriremo democristiani”, ha titolato Il Manifesto del 30 aprile scorso, parafrasando il celebre editoriale di Luigi Pintor del 1983 (“Non moriremo democristiani”).

Il forte impianto neo-Dc del Governo presieduto da Enrico Letta, solo temperato da alcune presenze di sinistra, e sostanzialmente confermato con la nomina di vice-ministri e di sottosegretari, non può essere una sorpresa. Si tratta della logica conclusione, per alcuni versi ineluttabile, di una lunga marcia verso l’evaporazione della sinistra italiana. Non è qui la sede per dire quando sia cominciata, e quali siano state le sue tappe, succedutesi praticamente senza interruzione. La fine del bipolarismo iniziato nel 1994, con un governo di emergenza di cui non si conoscono né il programma né la durata, fa riemergere, tanto nell’anima ex-dc quanto in quella ex-PCI, una vocazione centrista e moderata che c’entra assai poco coi bisogni profondi della società italiana.
Lo stesso Pierlugi Bersani, che ci ha messo del suo, ha dovuto infine constatare che lo schema politico su cui aveva preparato le elezioni -largamente condiviso dalla base del PD- era minoritario in gruppi parlamentari sulla carta largamente fedeli a lui.
Il tema del “che fare”, quindi, si pone come non mai con bruciante attualità. Non ci vuole poco a comprendere come i diversi cantieri alla sinistra del PD, annunciati in questi giorni, siano destinati a replicare, persino in forme caricaturali, i fallimenti degli anni passati. Avendo preso parte ad uno di questi cantieri -quello della Sinistra Europea- in cui le volontà programmatiche e riformistiche erano palesi, ho ricavato la lezione che il ceto politico autoreferenziale, più si ammanta di “purezza” ideologica di sinistra, più è chiuso e impermeabile alla società.
Mai come oggi il futuro della sinistra italiana si gioca invece nel PD, e nel prossimo Congresso. Questo sarebbe il momento perché tutti coloro che vogliono cominciare una nuova storia entrino nel Partito Democratico, per scuoterlo dal torpore programmatico, dalla vaghezza ideale e dal blocco correntizio e personalistico di questi anni, e per dargli un’anima: gioiremmo per un PD pienamente socialdemocratico, forza del lavoro, partito sociale.
Non è il momento di stracciare la tessera, e neppure di farla per stracciarla. Ma di ingaggiarsi in una battaglia perché cambi lo statuto del PD: e questo non sia più il leggero partito di un leader che non c’è, ma un moderno corpo intermedio, capace di usare la rete, struttura di mutuo soccorso, federazione di Case Democratiche, in grado di difendere e migliorare la vita delle persone, di promuovere la cultura e di formare nuove idee.
Il tema principale non è il Governo. Ma è, in questa fase, un profilo nuovo del PD che, costringendo il Governo a scelte di sinsitra e  dettando un’agenda,  ritessa (ci vorranno anni) una presenza nella società.
Se davvero nei prossimi giorni si andrà all’elezione di un nuovo segretario che prepara il Congresso -in queste ore si parla di una personalità fresca e capace come Gianni Cuperlo-, occorre immaginare il prossimo Congresso dei democratici non come la resa dei conti dei signori delle tessere e degli orfani di un posto al governo, ma come  una Costituente delle idee di una nuova sinistra italiana, socialista ed ecologista, pienamente democratica. Vivremo socialdemocratici.

                                           
    

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