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Uomini che uccidono le donne. Rompiamo questa catena

ROMA – Uomini che uccidono le donne per poi suicidarsi. Uomini la cui vista è annebbiata da una gelosia spesso immotivata. Menti  animate da pensieri malati che sfiorano la follia dai mille risvolti patologici e che se non curati  li portano a commettere i peggiori crimini.

Non ultimo quello della giovanissima 16enne accoltellata prima e poi, mentre ancora viva chiedeva pietà al suo carnefice,  cosparsa di benzina e data alle fiamme dal suo fidanzatino geloso di appena 17 anni. Chiamatela patologia ossessiva, gelosia della possessione, ma questa è una vera e propria carneficina che si sta consumando sullo sfondo di una società malata che spesso non vuole vedere.

Il messaggio via sms che Gabriele Ghersina, ha mandato al presunto amante della consorte, prima di aprire il fuoco è inquietante: “Non lascerò che me la porti via”, aveva scritto nel suo cellulare. E poi, una volta coricatosi nel letto si è avvicinato a lei in modo da avere la tempia sinistra vicina alla sua nuca e poi ha sparato. Così il proiettile ha trapassato prima il suo cranio per conficcarsi in quello della moglie. Una morte davvero atroce. Tragedie che aprono confronti e discussioni  sui quali spesso non si riesce a venirne a capo se non attraverso ipotesi di patologie psichiatriche, ma che probabilmente provengono da un modello di società dove ci hanno abituati  che la figura maschile predomina quella femminile. Basta ricordare che ancora in certe famiglie l’emancipazione femminile è rimasta una parola vuota. Sembra vedere l’immagine dei nostri antenati vicini: l’uomo seduto nella tavola della cucina imbandita per il pranzo e la donna che “amorevolmente” lo serve meglio di una cameriera da albergo a 5 stelle. “Lo faccio per amore”, è la frase ricorrente  quasi a voler giustificare questo suo atto obbligato, che  somiglia tanto a un’abitudine che viene da lontano, troppo lontano, piuttosto che a un gesto colmo d’affetto. Ma non è solo questo il modo in cui la donna diventa oggetto del possesso, viene identificata come un avere personale da tenere, da esibire, da educare, da redarguire in taluni casi, secondo i propri canoni e le proprie visioni maschili. Insomma una cultura votata al disprezzo per un altro essere umano.

Si parla molto di femminicidio in questi giorni, si organizzano convegni su tutta la penisola, incontri, seminari, visto che la maggioranza dei tragici casi si consuma tra le quattro mura domestiche. Tuttavia sarebbe il caso di entrare nelle scuole, magari tentando di aprire un dialogo con i giovani maschi fin dai primi anni di vita,  comprenderne gli aspetti reconditi di un comportamento, spesso ereditato a loro volta dal padre o provocato da qualche situazione traumatica, proprio per rompere questa catena di barbarie che probabilmente anche a causa della crescente insicurezza sociale amplifica un disagio in cui la riincorsa dei  gesti estremi diventa l’unica soluzione possibile.
 
Anche Alessandra, Federica, Giovanna, sono solo alcuni nomi di recenti vittime, che a causa dei loro carnefici “psicopatici”, entreranno a far parte di una lunga lista che continua ininterrottamente e che nessuno conosce con esattezza. La cuasa è spesso quella dell’uomo che non vuole rassegnarsi a una perdita, qualunque essa sia, perchè rappresenta l’oggetto di una conquista che imprime sicurezza alla sua misera esistenza. E qui l’amore non c’entra affatto.  Anzi, l’amore se mai c’è stato, si trasforma in vendetta, in avida vendetta. Come quella donna sfigurata con l’acido da sicari, perchè l’ex aveva deciso che doveva essere punita in maniera esemplare e permanente. Oppure quella donna sgozzata mentre camminava per la strada e ancora quella massacrata con un mattarello dall’ex marito sul pianerottolo delle scale. Uomini deboli e insicuri, incapaci di guardarsi allo specchio per riconoscere i propri mali,  nascosti dietro falsi costumi culturali inculcati dall’uomo padrone.
C’è proprio bisogno di ricominciare dai giovani maschi, dalle scuole, dagli asili per ricostituire quel tessuto sociale che si chiama rispetto per il prossimo, qualunque esso sia. Un lavoro su cui bisognerebbe investire ogni giorno. “È meglio essere maschio, perché anche il maschio più miserevole ha una moglie a cui comandare”, scriveva Isabel Allende sul libro Eva Luna. Ecco è questo che non è più sopportabile.

 

Per approfondimenti vai alla nostra sezione sul femminicidio

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