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Dal Pd può ricominciare una storia progressista

ROMA – Nel primo turno delle elezioni amministrative c’è, accanto al drammatico accentuarsi della disaffezione dal voto e dalla politica, un dato importante da cui ripartire: il Partito Democratico, pur entrato in una crisi profonda, e coinvolto obtorto collo in un’esperienza di governo eccezionale, rimane suo malgrado l’unica forza da cui può ricominciare una storia progressista, una vicenda nuova della sinistra.

Questo succede per più ragioni: la qualità e l’onestà di larga parte delle classe dirigenti locali, in rapporto alla scarsa offerta politica delle altre parti; l’assenza di quei traini personali -Silvio e Beppe, e verrebbe da dire ora Silvio Grillo e Beppe Berlusconi- dalla competizione locale; la sofferenza acuta dell’elettorato di destra, a cui si è detto per anni che i “comunisti” erano il male assoluto, per il Governo Letta; la scelta politica del M5S di rifiutare la proposta di alleanza venuta dal PD; la tenuta di alleanze locali di centrosinistra, dal nord al sud, malgrado le diverse collocazioni parlamentari in rapporto al Governo.
Il dato di Roma, in particolare, è importante. Dopo una scialba campagna elettorale, culminata a sinistra con la deprimente serata di Piazza San Giovanni, l’effetto rassicuratore di Ignazio Marino, più di sinistra del suo Partito e “eretico” rispetto a tante posizioni, e la buona tenuta del PD, hanno sorpreso i più. Ora non bisogna sedersi, né a Roma, né a Treviso o a Siena, e trasformare il ballottaggio in una forte affermazione del centrosinistra, di cui c’è un gran bisogno prima di tutto perché Enrico Letta abbia la forza popolare e politica di non farsi ingabbiare dai diktat berlusconiani sulla giustizia e di realizzare, a partire dal lavoro e dai giovani, risultati concreti e ravvicinati.
Guglielmo Epifani ha quindi portato bene al PD. Ma, scaramanzie a parte, anche il segretario e la Direzione del Partito, debbono essere consapevoli che questo successo racconta e squaderna i problemi di identità e di organizzazione del PD, e non li risolve. Uscire dalla vaghezza ideale e programmatica, collocandosi pienamente nel socialismo europeo che si apre a tutti i progressisti, e liberarsi dal correntismo esasperato e dalla malattia del leaderismo dilagante, costruendo un partito-comunità vero, capace di mutualismo e di organizzazione sociale, sono due grandi obiettivi che meritano un Congresso vero e aperto: non una conta su chi deve comandare, o su chi  è più simpatico, ma una Costituente di idee e di proposte aperta alla società, a partire da quella parte che per protesta, o per indignazione non vota.

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