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Usa, i giovani cercano di combattere lo spauracchio della “Lost generation”

WASHINGTON – «I giovani americani stanno iniziando a realizzare che gli stage gratuiti non sono utili e stanno iniziando a vederli con scetticismo». E’ il pensiero lasciato alla “BBC” di Lucy Bickerton, una giovane americana di belle speranze. Lucy a lungo è stata impegnata negli studi di medicina poi però ha deciso di mettere da parte tutto e di dedicare la sua vita però a quello che è sua smisurata passione: il settore cinematografico. Ma la storia di Lucy non è solo questo: è una storia di lotta.

Lucy, come circa un milione di giovani americani secondo le stime di “Intern Bridge”, ha passato mesi a lavorare come stagista di assistente di produzione per il programma di affari “The Charlie Rose Show”, prodotto dalla “Fox”. Ore e ore di lavoro ad altissimo livello, che però non sono state retribuite. Finchè è arrivato un pensiero: «Mentre stavo facendo il mio stage, non avevo capito che in realtà che il mio lavoro fosse veramente da assistente di produzione in tutto e per tutto, e non da stagista».

Lucy Bickerton ha deciso così di fare causa alla “Fox” ed ha ottenuto giusta paga, anche dei mesi arretrati in cui ha svolto mansioni del tutto analoghe ai suoi colleghi professionisti. Il suo caso e uno di almeno altre 30 cause di giovani in posizione analoga hanno intentato battaglia legale contro i grandi colossi: Sony e la Universal tra le società menzionate nell’articolo comparso sul sito della BBC.

Negli Stati Uniti le normative che regolano gli stage gratuiti sono molto rigide e spesso non vengono attuate in pieno. Per non incorrere in rischi legali la “Condé Nast”, che produce le riviste “Vogue” e “Vanity Fair” e che è capace di raggiungere circa 164 milioni di consumatori, ha chiuso la possibilità di effettuare nuovi tirocini presso le sue strutture e ha mandato a casa tutti quelli che aveva già attivato una posizione formativa.

Qualcuno nella lotta per la sopravvivenza l’ha spuntata. Un gruppo di stagisti della rivista “The Nation” dopo aver pubblicato una lettera in cui chiedevano un aumento di stipendio minimo nella sezione dedicata ai lettori della rivista ha ottenuto un aumento. Non si trattava certo di cifre esorbitanti, ma di un minimo, tanto per raggiungere l’autosufficienza. Katrina Vanden Heuve, editore della rivista, si è messa una mano sulla coscienza e concedendo l’aumento ha dichiarato: «Dobbiamo occuparci della situazione dei giovani».

Quello che sta emergendo è che da una parte i giovani si sta ribellando al processo di “normalizzazione” del lavoro gratuito. Far sacrifici per lavorare senza ricevere nemmeno un rimborso, nella speranza che sia un primo step nel mondo del lavoro qualificato non è più un pensiero valido. I dati sull’occupazione sono d’accordo: solo il 37% degli stagisti “unpaid” ha trovato lavoro negli ultimi dodici mesi negli Stati Uniti d’America. Una percentuale analoga a quella di coloro che hanno trovato lavoro senza stage gratuito: il 32,5%. L’impegno e l’abnegazione, dati alla mano, non portano ai risultati sperati.

La possibilità di essere assunti dopo un periodo di stage raddoppia invece se lo stagista viene retribuito sin dall’inizio. Il 63% dei giovani americani che ha partecipato al processo di avviamento al lavoro con una retribuzione, anche se minima, ha poi trovato lavoro a tempo pieno.

La situazione giovanile peggiora se si considera che durante il periodo del collasso economico c’ è stato un fiorire di offerte di lavoro gratuite, e lo sparire di quelle retribuite. Senza contare i dati di quanti giovani non lavorino: durante il 2013 in America il tasso di disoccupazione si è attestato ad un 12%. Più fisiologico di quello europeo, che ad inizio anno ha fatto registrare un sonoro 23,5% secondo i dati offerti dall’ ILO.

Molti hanno racchiuso la complessità del fenomeno giovanile mondiale nella dicitura “Lost generation”. La “generazione perduta” che uscita dalle università o dalle scuole nel periodo della crisi rischia di vedersi sorpassare da quelle successive quando la crisi sarà passata. Senza esser potuti accedere al mondo del lavoro. O di accederne con paghe inadeguate per costruirsi una famiglia.

L’economista americano Jeff Madrick ha provato a far emergere ulteriori limiti qualitativi dell’attuale condizione lavorativa giovanile. In un articolo comparso nella rivista “Harper”, Madrick ha sottolineato come la situazione per coloro che ha meno di 24 anni sia peggiorata col passare degli anni. Nel 2000 il 72% dei giovani tra i 20 e i 24 anni erano occupati in modo stabile. Oggi la percentuale è scesa al 61%. Ma ad essere peggiorate sono state anche le condizioni di coloro che lavorano, i cui stipendi sono stati erosi dall’inflazione col passare degli anni. Madrick ha calcolato che nel 2010 circa il 30% in meno di giovani era nella possibilità di trovare una retribuzione adeguata all’inflazione. Si tratta di dati su cui occorrerebbe riflettere di più anche altrove.

 

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