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Lui ci mette la faccia

Siamo fra i molti – supponiamo – che hanno atteso con vivo interesse che Matteo Renzi uscisse dalla porta dello studio “alla vetrata”, al Quirinale, si affacciasse in sala stampa e, dalla tribunetta, oltre ad annunciare la composizione del nuovo governo, commentasse in qualche modo le sue scelte, sia programmatiche che politiche. 

A nessuno avrebbe potuto sfuggire l’importanza del momento, al di là delle simpatie o delle diffidenze con cui ciascuno ha seguito le vicende politiche dell’ultima settimana. Per quanto ci riguarda l’interesse era autentico e scevro da pregiudizi perché, comunque sia, l’Italia ha bisogno urgente di un governo. E poi – ci siamo chiesti mettendo da parte l’indignazione che ci aveva suscitato l’operazione di Renzi alla direzione del PD – perché non scommettere, a questo punto, sulla “smisurata ambizione” del presidente incaricato, sulla sua determinazione, la sua smania di innovare?

Per quanto riguarda la compagine presentata non è questa la sede per esprimere valutazioni approfondite; osserviamo che esistono indubbiamente elementi di novità che meritano la prova dei fatti con fiducia e interesse.

Ma le argomentazioni con cui Renzi le ha presentate, e le risposte che ha dato alle poche domande poste dai giornalisti, ci hanno, francamente, indignato.

Dapprima abbiamo represso un certo sconcerto per il fatto che, protraendosi ormai da due ore l’incontro con Napolitano e crescendo con il passare del tempo le indiscrezioni giornalistiche, Renzi trovandosi fisicamente dall’altra parte della porta che separa lo studio alla vetrata dalla sala stampa, abbia twittato ad alcuni giornalisti in attesa: “arrivo arrivo#lavoltabuona”. D’acchito ci è parso comportamento poco consono alla serietà del momento, poi abbiamo pensato, rivolti a noi stessi: è la comunicazione, bellezza! il problema siamo noi, siamo vecchi.

Una inqualificabile concezione istituzionale

Ancora mezz’ora e Renzi è uscito; ha letto la lista dei Ministri, l’ha brevemente commentata ed ha risposto a qualche domanda. Una sua risposta, in particolare, sta alla origine della indignazione sopra dichiarata: ha affermato con foga che la ragione fondamentale per cui gli italiani possono e debbono aver fiducia nel suo nascente Governo consiste nel fatto che lui “ci mette la faccia” che – ha aggiunto – “vale più della buona reputazione”. 

Abbiamo trovato questa argomentazione sintomo di una inqualificabile concezione istituzionale e intollerabile sul piano etico. Come se il medico dicesse all’ammalato che cerca rassicurazione alle sue paure: “tranquillo, ne va del mio personale prestigio”. Questo conta, non la sofferenza dell’ammalato e le possibilità effettive di cura, a condizione che il medico sappia ben sfruttarle. E poiché questo pensiero Renzi lo ha già più volte espresso, pur se in occasioni meno formali e impegnative, non ci è stato possibile considerarle solo come affermazione superficialmente improvvida. 

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