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Libri. Il nome della rosa, il potere letale del riso. Recensione

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

[La rosa antica risiede nel nome, possediamo solo i nomi naturali]

[Il nome della Rosa, Umberto Eco, trad. Mara Carlesi]

Il nome della rosa è costituito secondo una complessa motivazione narrativa. A parlarci in prima persona è l’ autore, il quale finge di essere entrato in possesso di uno scritto del XIV secolo, in cui l’ ormai anziano monaco Adso da Melk rievoca l’ incontro con il frate francescano Gugliemo da Baskerville ed il loro arrivo, alla fine del novembre del 1327, in una ricca abbazia ligure. Strani e tragici eventi si stanno succedendo, tra i quali la morte del giovane monaco Adelmo da Otranto.

Qualcosa, o qualcuno, minaccia la quiete di quel luogo di preghiera e studio.

 

L’ acume investigivativo di Guglielmo, in passato inquisitore, lo porta a capire che non è il Maligno a mietere vittime tra quelle mura, ma un libro, creduto perso da tutti : il secondo libro della Poetica di Aristotile. A contrapporsi al personaggio di Guglielmo c’ è il vecchio bibliotecario cieco dell’ abbazia, Jorge de Burgos. Costui vede nel riso “la debolezza, la corruzione, l’ insipidità […] della carne”. Ed è proprio questo suo odio verso l’ ilare che sta portando la morte tra i monaci, sempre più atterriti.

 

Guglielmo, da inquisitore ravveduto e francescano tentato sempre più dalla logica che dalla fede cieca, si contrappone con la scienza critica al rigore dogmatico del vecchio benedettino, Jorge de Burgos, il quale si serve, per la sua argomentazione, di enumerazioni, di rimandi, di postille impossibili da controllare e verificare, con l’ uso smodato di congiuntivi esortativi, utili per l’ enfasi ma non per la sostenza, di interrogativi retorici volti a manifestare l’ assurdità degli eventi a cui i monaci credono di assistere. Sulla contrapposizione di Guglielmo e di Jorge, Eco organizza intorno alle loro posizioni, filosofiche e teologiche, la credibilità del suo romanzo, l’ attendibilità dell’ inchiesta storica. Utilizza intere sequenze di riferimento alla filosofia medievale ed un ampio regesto della trattatistica araba.

 

Il nome della rosa si apre, prima ancora che con il topos dello scritto ritrovato, già caro al Manzoni ne “I promessi sposi”, con la riproduzione della mappa dell’ abbazia, utile al lettore per muoversi assieme ad i protagonisti e per focalizzare gli spazi in cui avvengono gli episodi. La figura del vecchio bibliotecario è un rimando, allusivo, a quella di Borges, grande artefice di delitti, doppi giochi, labirinti mentali. Si può quindi trovare un riscontro nel celebre racconto borgesiano “La biblioteca di Babele”, dalla raccolta “Finzioni”. Inoltre, la coppia di investigatori composta da Guglielmo e dal suo fidato, ma ingenuo, collaboratore parodizza, esplicitamente, quella formata dallo scaltro Sherlock Holmes e dal sollecito Watson, anche attraverso l’ origine inglese dell’ ex inquisitore e del suo appellativo, Baskerville, un chiarissimo richiamo ad uno dei titoli più noti di Arthur Conan Doyle, “Il mastino di Baskerville”.

L’ ormai vecchio Adso da Melk, tornato in Italia per visitare  le rovine dell’ antica abbazia, chiude il romanzo con un esametro latino rappresentante il concetto che di tutto quello che è scomparso rimane solo il nome. A un lettore attento non sfuggiranno gli errori storici presenti nel romanzo, ma essendo questo un libro che vuole narrare una storia e non la storia, si può perdonare.

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