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I dati contraddittori dell’occupazione

 

ROMA – Il ministero del Lavoro, in base ai primi dati sulle Comunicazioni Obbligatorie relative al lavoro dipendente nel terzo trimestre del 2014, parla di “un andamento positivo dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, pari ad oltre 400 mila nuovi contratti, con un aumento del 7,1% concentrati nel settore agricolo ed industriale.”

Rispetto all’ultimo trimestre 2013 i contratti a tempo determinato invece, che costituiscono il 70% di quelli stipulati, sono cresciuti dell’1,8%. Sembra che il decreto Poletti abbia dato i suoi frutti stando a questi dati che lo dimostrano, o meglio, “vorrebbero” dimostrarlo. Ma, dalle relazioni Istat, emergono segnali contraddittori. L’aumento del tasso di disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: stimato ad ottobre al 13,2% ed in crescita di 0,3 punti percentuali rispetto a Settembre, stabilisce un record storico soprattutto nel settore giovanile, dove sfiora il 43,3 %. “Da quando ci siamo noi ci sono più di 100 mila posti di lavoro in più”. Nemmeno le fiduciose affermazioni del premier risultano tranquillizzanti: i “posti di lavoro” cui si fa riferimento infatti, stando ai dati Istat, dopo un iniziale, seppur minimo, incremento del numero di occupati, che da quota  22 mln e 323 mila in Febbraio, mese di insediamento del nuovo Esecutivo, sono passati poi a 22 milioni e 405 mila a Marzo, hanno registrato un nuovo decremento, scendendo da Settembre ad ottobre di 55.000 unità.

C’è da perdersi in questi dati ma dov’è la verità?

Nel mezzo: se da un lato infatti risulta un aumento del numero di nuovi contratti stipulati come attesta il Governo, lo si deve ad una comparazione tra i dati dell’ultimo trimestre 2013 e quello 2014 : cresce il numero di occupati (+0,5%, pari a 122.000 unità in un anno, quelle di cui parla Renzi), solo  grazie ad un aumento dei posti di lavoro nel Nord e nel Centro e alla decelerazione della diminuzione nel Mezzogiorno (-0,4). 

A questo punto si tratta di prospettive, i risultati del decreto, se ci saranno, dovranno essere valutati sul lungo periodo e, se il “Jobs act” ottiene l’ok dalla commissione Lavoro del Senato e, come sembra, procede verso l’approvazione senza ostacoli, agli italiani non resta che decidere se riporre fiducia nei dati del dicastero di via Flavia, o in quelli Istat, se guardare il bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto.

 

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