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Alla scoperta di Montagano, nella terra del Molise

CAMPOBASSO – A Montagano, paese dell’entroterra molisano, ci sono quattro chiese, tre negozi di alimentari, un giornalaio, un paio di bar, altrettanti tabaccai, un inverno che dura centinaia di giorni e molte porte chiuse.
Lungo un vicolo c’è la casa dei DeLillo ormai in rovina. Partirono da qui nella prima meta del Novecento e non vi fecero più ritorno.

Il figlio, Don DeLillo, in Underworld ricorda le sue origini , uno dei personaggi parla della sua famiglia, vissuta “near town called Campobasso, in the mountains, where boys were raised to sharpen knives.” Oggi, i giovani se ne vanno o pensano ad altro. Il paese si spopola; gli adulti, rassegnati, ciondolano a sera lungo il corso. Gaetano no, non è rassegnato. Ha partecipato alle ultime quattro elezioni amministrative e ha sempre perso. “Qui, i vecchi se per caso cascano fuori orario non c’è nessuno che li raccolga” mi dice scherzando. E poi lancia la sua idea per ripopolare il paese: vendere a un euro le case degli emigrati di cui non si hanno più notizie, o che sono abbandonate, come quella dei DeLillo, agli immigrati. Gaetano perde puntualmente le elezioni.

Diverse altre case sono transennate a causa del terremoto del 2002, quello che uccise i bambini del vicino San Giuliano di Puglia che, a dispetto del nome, si trova in Molise. Quelle case rimarranno così per sempre. Dei proprietari non si sa più niente. Chi è partito per il Canada, chi per gli Stati Uniti… chi per l’Argentina. Tutti inghiottiti dal Nuovo Mondo. Come inghiottite dal nuovo mondo saranno tra non molto le botteghe del paese. Le fauci degli ipermercati, sorti come lumache dopo la pioggia alla periferia di Campobasso, sono già spalancate.

Mentre continuo a passeggiare qualcuno mi indica la casa di Carla Gravina, l’attrice un tempo famosa. “È nata lì” dice. “È tornata l’ultima volta qualche anno fa per seppellire suo padre.” In molti tornano, una volta raggiunta l’età della pensione, per consumare il rito del ritorno, a morire dove sono nati. Una vecchiaia lunga quanto il loro inverno. A Montagano ci sono molti novantenni e non pochi ultracentenari. Sarà per l’aria gelida che arriva dai Balcani senza incontrare ostacoli. Il padre di Fabrizio Cicchitto, il politico di centrodestra, è nato anch’egli qui. Lui ci torna ogni tanto, in tempo di elezioni. Ad majorem Dei gloria, nella vicina chiesa di Santa Maria in Faifoli, vi fu abate Pietro da Morrone, prima che diventasse papa col nome di Celestino V.

I personaggi più attivi parlano di progetti legati al turismo, discorsi che ormai si sentono un po’ dovunque. Ma la gente continua ad andare nei soliti posti. Qui non arrivano pullman di turisti, eppure c’è tanto vedere. Paesaggi ondulati come un’arpa e pale eoliche che spuntano sulle creste. Fermarsi ad ascoltare da vicino il rumore del vento dà una certa sensazione di pace. Non lontano c’è la chiesa di Santa Maria della Strada, in puro stile romanico, con il grande campanile quadrangolare separato dalla chiesa, e all’interno il sarcofago scolpito nel marmo, scicchissimo, di Re Bove, di cui la leggenda racconta che riuscì a costruire 99 chiese in una notte. Ma il patto ne prevedeva 100 e lui per questo patì le pene dell’inferno.
A Montagano c’è una compagnia di teatro popolare, un artista di tarsie che fa capolavori, un coro polifonico, una poetessa che compone versi in dialetto, e uno storico che sa cose che non interessano a nessuno. Ma che ci sia il riscaldamento globale del pianeta, qui lo sanno tutti. Mi hanno detto che una volta per andare da una casa all’altra durante l’inverno si facevano tunnel sotto la neve. Adesso nevica ancora, ma basta un niente a creare un passaggio.

Compro un quotidiano all’edicola. Prendo Il Tempo, qui costa un euro e venti ma in accoppiata ti danno anche Il Giornale. Non mi pare che a Roma succeda la stessa cosa. Misteri molisani. Poi mi fermo a osservare un palazzetto lungo il corso. Elegante e armonioso, in pietra bianca (come tutti, d’altra parte). Ho sentito dire che ci ha vissuto una donna che per cinquant’anni il marito non fece uscire di casa. Entrò a vent’anni, bella, dritta come un fuso, e ne uscì solo dentro la bara. Storie d’altri tempi, avevo pensato. Prima che specificassero che lei era morta sei o sette anni prima.

Quando arrivo alla Rampa dei Leoni, finalmente li vedo. Dal momento che c’è di mezzo un balcone, li hanno soprannominati Giulietta e Romeo. Qualcuno mi ha raccontato la loro storia. Un amore contrastato, naturalmente. A vent’anni si amavano, ma ai genitori di lei lui non piaceva. Fu costretta a sposare un altro. Lui no, non s’è sposato, ha aspettato. Ora s’incontrano sotto il suo balcone. Gli occhi che ridono, mentre s’allontanano per andare a passeggio, mano nella mano. Un uomo di novantasei anni e una donna di novantadue. Hanno ricominciato dov’erano stati interrotti più di settant’anni fa, con la voglia di arrivare vivi alla morte.
A volte, a Montagano c’è un silenzio così spesso che non ti va di rompere per fare domande. È un silenzio eloquente e denso come la nebbia che sta scendendo in questa giornata di mezza primavera. Nebbia che si taglia con il coltello. Già lo so, durerà una settimana. Peccato, ieri notte in cielo si vedevano molte stelle.

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