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Altro che Grexit. Quando i tecnocrati non vogliono capire

ROMA – La vicenda greca sta davvero prendendo una piega grottesca. Viene da chiedersi se Juncker a accoliti abbiano capito bene l’importanza del risultato del referendum, ma soprattutto se abbiano elaborato il fatto che le politiche economiche di austerity dell’Europa hanno prodotto lacerazioni profonde sullo stato socio economico dei cittadini. 

Insomma la cura di rigore che viene somministrata a tutti i paesi membri non ha avuto l’effetto desiderato. Anzi, è una sorta di metastasi senza speranza, dove l’unica attesa è quella di una dignitosa sepoltura. Da qui dovrebbe riprendere il dialogo. Invece così non sembra.

Ormai l’insostenibilità del debito pubblico greco è un dato di fatto appurato, tra l’altro il governo di Atene ancor prima di entrare in Europa non era messo così bene. Inutile adesso piangere sul latte versato, bisogna andare avanti e l’indicazione è quella di una ricetta che va cambiata alla radice e questo non vale solo per la Grecia, ma anche per l’Italia.

Un possibile impatto  sull’economia italiana  è da esludere, fa sapere con un certo allarmismo l’FMI. Tuttavia la situazione in cui versa il Paese non è poi tanto meglio, dati alla mano sugli indici di disoccupazione,  povertà e consumi.  Jean-Claude Juncker, intervenendo davanti alla plenaria dell’Europarlamento  a Strasburgo, oggi si è opposto con forza alla Grexit auspicando nuove trattative che poi portano nuovamente alle imposizioni del vecchio accordo. Sempre lì si finisce. La Grecia rispetti gli accordi presi, questo è il succo.

Juncker lo sa benissimo, ma sembra ignorarlo. Sa perfettamente che i greci non potranno onorare mai più i loro debiti con le banche. Il presidente della Commissione europea  prima ha rimproverato il governo greco per l’animosità dei toni contro i partner nel negoziato interrotto con la convocazione del referendum e infine ha annunciato che adesso i greci e l’Europa “possono fidarsi di loro”, come se prima non potessero farlo.

Insomma parole su parole in una vicenda che rischia di ricominciare daccapo, ma questa volta ignorando anche il voto popolare.

Qui c’è poco da tenere contro della altre 18 democrazie dell’Eurozona. I soldi ci sono o non ci sono. Basta poco a capirlo.

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