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Vergogna capitale, dove regna l’impunità

ROMA – Questa è l’Italia a cui non vorremmo abituarci mai, al becero trionfo dell’impunità, all’elogio al malaffare, al silenzio assordante delle istituzioni che avrebbero il compito di prevenire e controllare gli eventi.

La triste realtà è assai diversa e ci porta ad osservare la sfrontata ostentazione di chi vorrebbe riabilitare la propria immagine perfino dopo la morte, lasciando un messaggio chiaro e fin troppo esplicito su chi sono i veri “Re” di questa città.

I funerali di Vittorio Casamonica, leader indiscusso dell’omonimo clan dedito alle attività illecite come usura, racket e traffico di stupefacenti nella capitale, ne è l’ennesima prova eclatante. E così nonostante le inchieste di mafia capitale, di quel “mondo di mezzo” di cui tanto parla l’ex Nar Massimo Carminati, degli intrecci con la Banda della Magliana, risulta evidente che questo Paese, questa capitale, una certa politica compiacente poggino parte del loro potere sulle sicurezze economiche e sui favoritismi della malavita, con la quale stringono spesso rapporti indissolubili, unico strumento che non ha conosciuto la parola crisi.

Una criminalità che si muove indisturbata, che organizza perfino dei sontuosi funerali che solo dopo fanno indignare l’Italia. Viene da chiedersi com’è stato possibile che tutto sia avvenuto sotto i nostri occhi, quando a Roma anche per una piccola manifestazione o per mettere un microscopico gazebo per raccogliere le firme, devi chiedere permessi con tanto di giustificazione e preavviso. Questa non è prevenzione?

Ancora oggi le polemiche inondano le prime pagine dei giornali, in cui si nota la totale assenza di quel buon senso comune che dovrebbe in qualche modo servire a prevenire certe manifestazioni. E non è solo per difendere l’etica morale e civile, ma soprattutto per garantire la legalità in un Paese dove spesso la parola giustizia è una chimera.  Ormai è troppo tardi, il dado è tratto. Poco importa ora se l’elicotterista è stato sospeso, se tra i partecipanti c’erano i familiari, che guarda caso hanno beneficiato di permessi speciali, se il capo della banda musicale che intonava le musiche del Padrino è un ex militare, se il Prefetto ha dovuto presentare una relazione giunta sulla scrivania del ministro Angelino Alfano o se addirittura un prete,  quello della Chiesa Don Bosco sulla Tuscolana, dice che un funerale così lo rifarebbe, quando ha negato lo stesso sacramento a Piergiorgio Welby. Che vergogna questa “umana pietas” di una Chiesa che ha sempre preferito  il potere  all’umiltà, tradendo il suo massimo principio cristiano. Ormai Casamonica è morto e sepolto, ma prima di andarsene definitivamente, un segno, seppur deprecabile, l’ha purtroppo lasciato su questa città con lo sfarzo e l’ostentazione di un vero boss della malavita, senza che nessuno sapesse nulla. Un elogio al contrario, in cui l’impunità non solo regna sovrana, ma dimostra la sua lungimiranza. Un’Italia così fa veramente schifo. 

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