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Il giornalismo italiano ha bisogno di esempi come Giancarlo Siani

ROMA – Questo è uno strano periodo. Nei giorni scorsi si è parlato- su alcuni giornali e in televisione- della vicenda terribile di Stefano Cucchi.

Oggi si parla di nuovo di Giancarlo Siani, il giornalista assassinato il 23 settembre 1985 a ventisei anni nella mia città, al Vomero, dai clan di Giancarlo Nuvoletta, alleato dei coorleonesi di Totò Riina e il clan di Bardellino, esponenti della Nuova famiglia che avevano spodestato e fatto arrestare il boss Valentino Gionta.

Arrivato a casa con la sua auto, Siani venne colpito dieci volte in testa da almeno due assassini alle venti e cinquanta di quella giornata di fine estate. Ci son voluti quindi  dodici anni di processi e vari gradi di giudizio ed ora siamo al punto in cui c’è una nuova indagine della Dia di Napoli, coordinata dai pm Enrica Parascandalo e John Woodcock, per arrivare ai veri  mandanti e assassini materiali del giornalista dopo che il boss Valentino Gionta, in un primo tempo individuato come il mandante, è stato scagionato invece  dal giudizio definitivo della Corte di Cassazione.

Indagini difficili dopo trent’anni dagli avvenimenti ma necessarie per chiudere questo altro triste capitolo della nostra storia in terre di mafie.  Il fratello di Paolo, unico rimasto in vita di quella famiglia, ricorda il fratello come un ragazzo carismatico, capace di grandi sacrifici, ma anche come una persona solare pronta a dare sostegno a chi glie lo chiedesse.  Insomma, l’assassinio del giovane giornalista del quotidiano napoletano Il Mattino, allora diretto da Pasquale Nonno, si inseriva perfettamente nel tentativo di una parte dei camorristi napoletani di inserirsi nella superficiale “modernizzazione” mafiosa che avrebbe portato negli anni novanta, dopo l’ atteso arresto di Riina, all’avvento al potere di Bernardo Provenzano.  Ed oggi si riprende a parlarne dopo un film di quegli anni (Fortapasc di Risi) e un ricordo che resta forte nel giornalismo italiano che ha bisogno di esempi come quelli del corrispondente da  Castellamare di Stabia e che hanno portato al suo assassinio frutto di un delitto che ha visto più clan impegnati a toglierlo finalmente  di mezzo. Chi, come scrive, prima di fare per tutta la vita il professore di Storia Contemporanea, ha lavorato al giornale napoletano negli anni Ottanta del Novecento sa quanto fosse vicina e preoccupante la coabitazione con i camorristi ma anche quanto fosse difficile far qualcosa con i poveri mezzi dell’informazione locale(e con lo scarso interesse di quella nazionale) contro l’associazione mafiosa campana e ricorda perciò con particolare rimpianto quel giovane e generoso giornalista.

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