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Una Clinton sanderista può battere il demone Trump

ROMA – Al termine di questo secondo SuperTuesday, più ristretto rispetto a quello dello scorso 1° marzo e conclusosi con la vittoria schiacciante di Hillary Clinton sul fronte democratico e di Dondald Trump sul versante repubblicano, possiamo asserire senza remore che, salvo sconvolgimenti dell’ultima ora, al momento francamente imprevedibili, saranno loro due a contendersi, il prossimo 8 novembre, la Casa Bianca.

E sinceramente, per come si sono messe le cose e per ciò che emerge dall’anima profonda dei vertici del GOP, ci vien voglia di essere ottimisti, in quanto è sempre più evidente che, per quanto il miliardario newyorchese sia il più apprezzato da una base retrograda e negli anni regredita a una concezione da Far west dello stare insieme, gente pragmatica come Romney, Kasich e lo stesso Marco Rubio, al dunque, gli faranno mancare il loro sostanziale appoggio.
Non è un caso, a tal proposito, che un altro miliardario newyorchese come l’ex sindaco della Grande Mela Michael Bloomberg, quando ha capito che fra i Democrats avrebbe prevalso la Clinton e non il socialista Sanders, abbia accantonato ogni velleità di candidarsi, al fine di non indebolire una figura tutto sommato centrista e non poi così dissimile dall’ala più moderata del fronte repubblicano come Hillary, favorendo implicitamente l’impresentabile Trump.
Certamente, noi sanderisti della prima ora avremmo preferito un altro esito, anche se sapevamo sin dall’inizio che la generosa battaglia dell’anziano senatore del Vermont aveva più la funzione di indicare un cammino e di aprire una strada per il futuro che quella di giungere a un’effettiva affermazione nell’immediato.
E guai a quei colleghi, a quegli analisti e a quei commentatori che, con sciocca voluttà e manifestando tutta la propria ignoranza e crudeltà gratuita, si divertono a tacciare Sanders di essere un ingenuo, un illuso e un perdente perché è vero l’esatto opposto. In termini numerici ha senz’altro prevalso Hillary, per carità, ma anche alle nostre latitudini la maggior parte degli osservatori, compresi i più clintoniani, ha dovuto ammettere che è una Clinton diversa rispetto alla lady Terza via che abbiamo visto all’opera all’inizio di questa campagna per le primarie.

Una Clinton determinata e concentrata come non mai, tendenzialmente centrista in omaggio alla sua storia e per un calcolo strategico comprensibile, ma al tempo stesso una Clinton che si è vista costretta a far suoi alcuni dei capisaldi del pensiero sociale e della visione aperta e kennediana del suo sfidante.
Una Clinton, insomma, che dal profondo sud dell’Arkansas è stata costretta a spostarsi verso il progressismo del New England, dove anche i repubblicani hanno il volto di Bloomberg e certamente non amano dei pazzi scatenati come Trump o, peggio ancora, il texano Cruz, il quale rivendica come valori americani le armi vendute a chiunque, senza il minimo controllo, e la pancetta fritta sulla canna di una mitraglietta.

Una Clinton che stavolta, a differenza di otto anni fa, ha imparato a fare i conti con la realtà, rendendosi conto di avere davanti a sé un’altra America rispetto a quella che si lasciò sedurre da suo marito un quarto di secolo fa. Un’America nella quale, in ventiquattro anni, è cresciuta una generazione che, per la prima volta nella storia, anche quando esce da prestigiose università, fatica a trovare lavoro o, comunque, un impiego all’altezza delle proprie aspettative. Un’America più povera, più fragile, più insicura, meno guerrafondaia e meno liberista rispetto a quella che eravamo abituati e conoscere e alla quale la stessa Clinton si era rivolta erroneamente otto anni fa. Un’America attenta ai diritti delle minoranze e scossa nel profondo dal messaggio ambientalista contenuto nell’enciclica di papa Francesco. Un’America nella quale il messaggio di Sanders non è passato inosservato e ha comunque lasciato il segno, tanto che la Clinton gli ha teso espressamente la mano, facendo sue alcune delle proposte programmatiche del rivale.

In pratica, a novembre, avremo una sorta di “candidata della Nazione”, contrapposta all’arroganza pericolosa e temutissima, specie in ambito internazionale, di Trump (sempre che il GOP non riesca, in qualche modo, ad arginarlo, magari nel corso di una convention che a luglio si preannuncia rovente).
Per la terza grande svolta degli Stati Uniti nel Ventunesimo secolo bisognerà aspettare ancora qualche anno, quando i “Millennials” saranno pronti a candidarsi in prima persona e potrebbero fare di un Bill de Blasio o di una Tulsi Gabbard la propria bandiera. Dopo un nero e una donna, un progressista a ventiquattro carati: a Sanders il merito di aver riacceso una speranza, ai ragazzi che hanno creduto in lui e nel suo messaggio anti-liberista il compito di trasformare in realtà quello che potrebbe essere davvero un nuovo “American dream”.

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