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Nibali e il Real Madrid: due vittorie in antitesi

ROMA – Da una parte la fatica, il sudore, la paura di non farcela, la rabbia, la disperazione e il senso di sconfitta che si trasforma improvvisamente in ardore e consente di compiere un’impresa ai limiti dell’impossibile: un’impresa dal sapore antico che ha commosso ed emozionato il mondo intero, per l’umiltà del suo autore e per il modo in cui è maturata. 

Dall’altra una vittoria tirata, sofferta arrivata solo ai rigori contro un avversario coraggioso, ostico e che, con ogni evidenza, specie nel secondo tempo, avrebbe meritato di conquistare la sua prima Champions: una vittoria figlia della fortuna e delle possibilità economiche di un club che vale tre miliardi di euro e può permettersi di schierare in attacco un fuoriclasse strapagato come Cristiano Ronaldo.

Da una parte Vincenzo Nibali, il suo ardore, la sua rimonta, i suoi sogni, il suo sudore e la sua battaglia innanzitutto contro se stesso e contro i propri limiti; dall’altra il Real Madrid di Florentino Perez, una corazzata che non ha meritato granché ma ha avuto comunque il merito di crederci fino alla fine, di reagire alle difficoltà e alle incomprensioni di inizio stagione, di ingaggiare un allenatore di caratura internazionale come Zidane e di affidarsi alla sua saggezza e competenza tecnica per ricostruire un ambiente divenuto una polveriera ai tempi di Benitez.

Nel caso di Nibali, il trionfo al Giro d’Italia è stato gioia, liberazione, felicità e meraviglia allo stato puro: il trionfo di un intero Paese, l’esaltazione di uno sport, il ciclismo, che, nonostante tutto, non ha smarrito la sua magia, la sua dignità e quel carattere nomade ed errabondo che lo ha reso epico, conservando intatta la sua bellezza nel corso dei decenni.

Nel caso del Real, l’affermazione nella finale di Champions League è stata l’esaltazione del denaro, della potenza di classe, del blasone, del dominio commerciale e della forza politica, capace di schiacciare l’onesta irriverenza dei fratelli poveri di Madrid, guidati da un tecnico tutto cuore e grinta che finora ha vinto assai meno di quanto avrebbe meritato. Fatto sta che contro le corazzate cui si contrappone, il Barcellona pigliatutto di Messi, Neymar e Suarez e il Real stramilionario, l’Atletico di Simeone ha già compiuto un’impresa ai limiti dell’impossibile: molti commentatori, infatti, pensavano che sarebbe sparito e invece è sempre lì, anno dopo anno, a lottare come un leone, a eliminare i campioni uscenti del Barcellona disputando un quarto di finale perfetto, a far fuori in semifinale il Bayern Monaco di Guardiola, un altro carro armato con a disposizione un patrimonio spaventoso, a combattere per centoventi minuti e ad arrendersi solo a un maledetto palo, dopo aver rimontato con pieno merito e dato tutto ciò che poteva dare.

Sono, dunque, due vittorie antitetiche, che non danno la stessa soddisfazione: il Golia buono che, bartalianamente, si affida all’ultima stilla di energia che ha in corpo e riesce in un capolavoro che passerà agli annali e il Golia cattivo che vince solo all’ultimo rigore, senza gloria, senza particolare stile, senza convincere nessuno e senza lasciare traccia, se non nell’albo d’oro.

Del successo di Nibali si parlerà per anni, la sua storia sarà raccontata, esaltata e incoronata da speciali ad hoc; del successo del Real, probabilmente, si parlerà assai meno, sbiadirà in una bacheca gonfia di trofei e priva, almeno negli ultimi anni, di anima e di cuore, di passione e di bellezza, eppure entrambi hanno vinto. 

Un professionismo dal volto amichevole, rimasto bambino e capace di provare quell’ingenuo stupore che nobilita la grandezza, contrapposto ad un professionismo cinico, che consuma in fretta la felicità e si tuffa subito in un computo ragionieristico delle statistiche e degli introiti. 

Eppure meritano entrambi la prima pagina. Questo è lo sport, questa è la vita.

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