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Stefano Tacconi: sessant’anni e poi…

Guascone, irriverente, estroverso, brioso e anche un po’ matto: l’esatto opposto di Zoff, insomma, ma non per quanto riguarda la classe e la dedizione alla causa bianconera.

Stiamo parlando, ovviamente, del perugino Stefano Tacconi che oggi compie sessant’anni e che con la Juventus si è tolto alcune soddisfazioni che nemmeno il mito del Mundial era riuscito a togliersi, come ad esempio conquistare la prima, tragica Coppa dei Campioni della storia di Madama, nella notte dell’Heysel, fare incetta di trofei internazionali e giocare in una Juve ancora più forte di quella funambolica che negli anni Settanta aveva dato vita, in campo nazionale, ad un dominio pressoché incontrastato.

La Juve di Tacconi, infatti, si spinse addirittura più in là, conquistando, oltre alla già menzionata Coppa dei Campioni, la Coppa delle Coppe nell’84, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale nell’85 e poi la Coppa UEFA nel ’90, a spese della Fiorentina, con Zoff che dal campo si era trasferito in panchina, riuscendo a portare a casa il prestigioso trofeo continentale e la Coppa Italia ai danni del Milan galattico targato Arrigo Sacchi. 

Una pantera con uno stile da carnevale di Rio: questo era Stefano Tacconi e questo è rimasto, con quella sua follia creativa, quella sua furia benevola, quel suo modo di essere eccentrico, quelle sue trovate stravaganti, quel suo stile inimitabile e quella perfetta fusione del genio tipico dei grandi con la serietà e la sobrietà richiesta da sempre nell’ambiente juventino. 

Non fu, quella fra lui e la Signora, una simbiosi perfetta: non avrebbe mai potuto esserlo, visto che l’eredità che si trovò a raccogliere era talmente pesante che gli ci volle un po’ per non far rimpiangere l’uomo che per undici anni aveva difeso i pali bianconeri; fatto sta che non appena iniziò a credere pienamente in se stesso e nelle proprie possibilità, il perugino si trasformò in un ragno, entrando per sempre nel cuore dei tifosi juventini e dando vita, con Zenga, ad una sfida a distanza fra guasconi che illuminò il decennio e diede lustro al calcio italiano. 

Sessant’anni, caro Tacconi, ma siamo certi che non abbia alcuna intenzione di fermarsi, che sia pronto a battersi per conquistare nuovi trofei, anche fuori dal campo, che la sua grinta, il suo agonismo, la sua spinta inesauribile, il suo fervore umano ed atletico e la gioia di vivere che le bruciava dentro non si siano ancora spenti e, probabilmente, e per fortuna, non si spegneranno mai. 

E allora auguri di cuore e grazie: per ciò che è stato, per ciò che sarà, per le vittorie ottenute sul campo e nella vita. Grazie per essere stato un portiere, uno juventino e, soprattutto, una persona esemplare. E grazie, infine, per essere rimasto uno di noi: un galantuomo con i colori bianconeri tatuati sulla pelle e indossati come un abito di nobiltà, come un segno riconoscibile di grandezza, con quella bellezza interiore che da sempre la caratterizza, consentendole di vincere, di perdere, di cadere, di rialzarsi e di continuare a correre con la medesima saggezza, come solo i sognatori indomiti sono in grado di fare.

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