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Se la Germania smette di crescere

ROMA – La notizia sta gettando nello sconforto le borse europee. In pratica, la produzione tedesca nel secondo trimestre del 2011 è rimasta stabile, segnando un misero +0,1%. Il dato, comunicato ieri dall’ufficio di statistica di Berlino, ha lasciato di stucco gli analisti, che si attendevano, invece, una crescita, magari contenuta.

Lo stop del prodotto interno lordo può essere dovuto a molti fattori, certo, non tutti di origine strutturale. Ma è un fatto che soltanto ad aprile scorso il ministro dell’economia tedesco, Rainer Bruederle, asseriva con una certa convinzione che nell’anno in corso la Germania avrebbe potuto registrare una crescita superiore alle aspettative, pari al 2,3%. E certo il dato del secondo trimestre difficilmente si concilia con il tasso di crescita auspicato dal governo federale. Addirittura, il presidente della “Bundesbank”, Ael Webber, correggeva al rialzo quella indicazione, precisando che il tasso di crescita sarebbe arrivato al 2,5%  nel 2011.

La crescita tedesca, che nel 2010 aveva registrato un rimbalzo pari al 3,6%, era il frutto di un mix fra esportazioni e consumi interni. Le prime erano ripartite dopo la crisi del 2009, soprattutto nei paesi asiatici (Cina, in primo luogo); esse avevano inoltre rafforzato la domanda interna e in particolar modo i consumi dei tedeschi, che avevano consentito un consolidamento della produzione interna. Alcuni settori avevano poi registrato exploit molto forti, come quello delle macchine utensili, il cui volume complessivo è aumentato nel primo trimestre del 2011 del 18% (nel 2010 aveva registrato una performance pari a +36%).

I dati preoccupano non poco. Innanzitutto si teme una caduta o flessione delle esportazioni, dato che la domanda asiatica sembra ristagnare. I dati ci dicono che, mentre nel primo trimestre dell’anno il pil cinese è aumentato del 9,7% nei confronti dell’anno precedente, nel secondo trimestre, secondo le indicazioni dell’istituto di ricerca di Pechino “National Development and Reform Commission”, la crescita sarebbe inferiore al 9%. Ciò potrebbe essere sufficiente a innescare il meccanismo del “demoltiplicatore” e incidere sul tasso di crescita degli investimenti e quindi della domanda di importazioni dall’estero.

In uno scenario del genere, la “locomotiva” tedesca potrebbe subire più di un danno. Minori esportazioni comporterebbero una diminuzione dei consumi interni e un’immediata diminuzione delle importazioni tedesche, che si rifletterebbe sul reddito di Paesi come il nostro. Dato che, a nostra volta, la domanda interna è molto debole – non stimolata affatto dalle politiche economiche del governo – e che le esportazioni sono state comunque il fattore principale della pur scarsa crescita registrata nel 2010 e nel 2011, le conseguenze sulla nostra economia di un ristagno tedesco potrebbero essere devastanti. Con effetti a catena sulla tenuta dei conti pubblici italiani e spagnoli e il rischio di influenze più che negative sulla moneta europea.

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