“I Miei Amici Indesiderati Parte I” — L’Ultima Trasmissione da Mosca

I Miei Amici Indesiderati: Parte I – L’Ultima Trasmissione da Mosca, di Julia Loktev, entra in una zona che di solito il cinema sfiora e basta: la quotidianità del rischio. Non il momento eroico, non l’arresto spettacolare. Il prima. Il mentre. Il lavorare comunque. Non è un film “sulla Russia”. È un film su cosa significa lavorare sapendo che qualcuno ti sta ascoltando.

Attraverso Anna Nemzer e il mondo di TV Rain, Loktev filma giornaliste giovani, ironiche, stanche. Sono persone che registrano podcast dalla cucina, che abbassano la voce quando parlano al telefono, che continuano a fare domande mentre crolla la terra sotto i loro piedi.

Il film non costruisce eroine. La resistenza non è un gesto, ma una postura. Per le protagoniste della pellicola è stare sedute davanti a un microfono pur sapendo che qualcuno sta prendendo nota di quello che dici.

La pellicola si muove lenta, a volte quasi troppo. Ma è una lentezza è il tempo reale della pressione, quello in cui non succede “niente” eppure succede tutto. Loktev non spiega, non traduce per lo spettatore occidentale. Lascia dentro stanze dove non sei completamente a tuo agio — e non dovresti esserlo.

Poi arriva come una frattura l’invasione dell’Ucraina, senza essere preceduta da climax drammatici di stampo hollywoodiano. Solo la presa d’atto che bisogna capire quando smettere di lavorare sotto pressione e abbandonare il campo.

Il montaggio (con Michael Taylor) tiene tutto insieme senza mai forzare. Non c’è musica a dire allo spettatore cosa provare. 

Il film pone l’accento sul confine — sempre più sottile — tra libertà di stampa e rischi di fare informazione sotto pressione. Mostra cosa succede quando lo spazio per parlare si riduce, centimetro dopo centimetro. Fino a non esistere più.

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