Il Parlamento taceva e nella Terra dei fuochi si moriva

Desecretati i verbali della deposizione rilasciata nel 1997 da Carmine Schiavone alla Commissione Ecomafie

ROMA – Ieri il Consiglio di Presidenza della Camera dei Deputati ha deciso di rendere pubblici i verbali della deposizione di Carmine Schiavone, ex componente della banda del clan dei casalesi, rilasciata nell’ottobre del 1997 (sono passati 16 anni) alla Commissione Parlamentare Ecomafie.

La lettura dei verbali dell’audizione dovrebbe essere resa obbligatoria a tutta la classe politica italiana ad ogni livello impegnata, nelle scuole e nelle comunità sociali. Solo in questo modo sarà possibile mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità: la classe politica che, nel migliore dei casi, fugge dalle proprie responsabilità e i cittadini che non possono nascondersi rifiutandosi di prendere posizione nei confronti di fatti che uccidono il futuro del Paese e delle prossime generazioni.

Tutti devono sapere come rifiuti altamente tossici industriali e perfino nucleari radioattivi sono stati seppelliti in qualsiasi area come cave, campi agricoli, zone umide si trovasse disponibile in un territorio ampio che va amolto oltre le province di Caserta, Napoli e Latina.

Adesso non ci sono più scuse: diventa noto a tutti che si tratta di una questione di rilevanza almeno nazionale se non europea. I rifiuti provenivano da numerose industrie del nord Italia ma anche da paesi della ricca Europa come Germania e Francia.

Un’organizzazione quella criminale-ambientale strutturata in modo capillare e che vedeva coinvolte, oltre la camorra, la ‘ndrangheta, la mafia e sacra corona unita ma, sicuramente, non poteva non avvalersi dell’omissione di controllo, se non addirittura connivenza, di importanti apparati di controllo pubblici.

La verità è che le rilevazioni dovevano essere rese pubbliche immediatamente, già nel 1997, in primo luogo ai cittadini delle zone della Campania, devastate da una catastrofe ambientale cosciente e premeditata: ma a tutti i cittadini che avrebbero visto il rispetto del diritto di conoscere quali crimini erano stati commessi ai loro danni e potessero cominciare ad esigere le immediate bonifiche.

E invece si sono attesi 16 anni: un tempo enorme che ha consentito ai veleni di spargersi e infiltrarsi nei terreni, di contaminare le falde idriche, di entrare nell’ecosistema, di raggiungere e cominciare a uccidere gli esseri viventi.

Uomini, donne, gestanti, bambini a cui è stato rubato il futuro, a cui è stato tolto il diritto alla vita!

Ma l’ulteriore scandalo che racconta il pentito Schiavone, attiene alla complicità della classe politica, a partire da quella locale ma non solo, erano proprio loro i clan a determinare la classe degli amministratori di centinaia di Comuni delle aree interessate dagli sversamenti. Erano riusciti ad organizzare una vera “deviazione istituzionale” un vero Stato camorristico che garantiva profitti enormi ottenuti smaltendo i rifiuti tossici, Schiavone parla per l’epoca di oltre 600 milioni di lire al mese.

Ma il pentito riferisce anche dei particolari sulle coperture ai più alti livelli garantite all’organizzazione criminale arrivando a denunciare: «Il nostro era un clan di Stato… La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato… Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?».

Oggi, non solo i cittadini dei territori coinvolti debbono reagire, deve essere l’intera collettività nazionale a fare precise richieste irrinunciabili: il Governo intervenga subito attraverso lo strumento della decretazione d’urgenza e trovi adeguate risorse per un progetto di bonifica che inizi subito  e restituisca alla gente il diritto ad un’esistenza possibile.

Da parte nostra come Ecologisti Verdi ambientalisti valuteremo, insieme ad un gruppo di legali, la possibilità di intraprendere un’azione legale contro tutti coloro che, informati dal 1997 ed a conoscenza di un reato, hanno taciuto rispetto ai pericoli per la salute dei cittadini.

Chiediamo che vengano addebitate le giuste responsabilità a chi ha coperto il reato previsto dall’Art. 439 Codice Penale – Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari “Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni [c.p. 28, 29], se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica l’ergastolo.”

Ora con la desecretazione di questi verbali si può aprire un nuovo interessante capitolo sulla Terra dei fuochi, un capitolo che può aiutare ad entrare più a fondo sui traffici misteriosi di veleni lungo tutto l’Italia.

Ferdinando Bonessio

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