Mercoledì, 29 Ottobre 2014 13:52

Il Sud si spopola, cercasi cambio di tattica politica. Taranto, esempio lampante di una strategia fallimentare

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TARANTO - Il rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) è impietoso. La crisi delle regioni meridionali rischia di ridurre la popolazione di 4 milioni in cinquant’anni, a causa dell’emigrazione e di un rapporto nascite-morti paragonabile solo a quello del 1867. Gli ultimi quattro anni hanno visto impennare nel Meridione del 40% il numero delle famiglie povere. La disoccupazione è al 31%, la Calabria ha un pil pari alla metà di quello di Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige.Crisi?


Ovviamente, come in tutto il resto d’Europa e, in certi casi, del mondo. Ma non solo.
Taranto è l'emblema di tutto ciò. Nel 2012 il tasso di disoccupazione dell’area era del 44,55%, circa 110.000 persone, la Gazzetta del Mezzogiorno lo definì “olocausto finanziario”, all’interno di un contesto da olocausto ambientale, ricchissimo di industrie pesanti.
Eppure, la Camera di Commercio di Taranto nel 2013 registrò a Taranto un aumento dell’11,10% di aziende under 35. Questi dati andrebbero interpretati e bisognerebbe agire di conseguenza.
In questo momento, però, a Taranto il governo cerca di imporre (contro il parere dello stesso comune, oltre che dei comitati) un progetto come Tempa Rossa, destinato ad impiegare, secondo la stessa joint Total, Shell e Mistui, circa 300 operai per la cantierizzazione del porto per 24 mesi con  90 petroliere in più all’anno in arrivo nel porto di Taranto con tutti i rischi che questo può creare, rischi che in passato, sono già troppe volte diventati realtà.


La strategia basata sull’industria pesante nel Meridione, a Taranto, come a Brindisi, come a Catanzaro è storia di decenni ma, analizzando i dati del rapporto Svimez, è evidente che all’elevato inquinamento non è corrisposta un’adeguata ricaduta occupazionale. L’industria pesante limita molti settori dell’economia a partire dall’agricoltura fino all’allevamento e alla mitilicoltura che non riescono ad emanciparsi, come avviene in altre zone d’Italia, per diventare finalmente aziende conserviere di stampo nazionale, eppure i giovani, come si evince dal rapporto della Camera di Commercio sopracitato, cercano di fare impresa, anche al sud.


Quali potrebbero essere definite, dunque, “opere di interesse strategico nazionale”?
Si continua ad investire lì dove si è già fallito e anche le dichiarazioni su un Meridione basato quasi esclusivamente sul turismo vanno a schiantarsi contro questa stressa strategia industriale.
Taranto è un emblema, è l’emblema di una strategia fallimentare che ha portato la città al collasso economico, dello scontro tra poteri tra magistratura e governi che ormai da anni contraddistingue la politica italiana, ma Taranto è anche l’emblema di un Mezzogiorno che non vuole arrendersi, di un Sud di respiro europeo in disperata ricerca di un appiglio.
L’Unione Europea potrebbe essere la chiave di volta per risollevarlo, ma è un processo a cui anche il governo nazionale deve partecipare e non continuando a finanziare settori che ci hanno portato esattamente nel punto in cui siamo. Abbiamo il diritto di chiedere di seguire esempi europei come Belval, in Lussemburgo, dove da un siderurgico dismesso si crea una città della scienza che comprende centri di ricerca di scienze umane, scienze ambientali, biomedici, oltre a centri sportivi e ricreativi. Inoltre, la posizione geografica di Taranto e dell’intero Meridione è obiettivamente strategica nel quadro dei traffici tra Europa e Mediterraneo, sia dal punto di vista commerciale, sia da quello della cooperazione internazionale. In questo contesto, Bilbao è l’esempio da seguire.


La città basca, infatti, ha attirato numerosi capitali esteri dopo la riqualifica del porto e la costruzione di un nuovo e più moderno aeroporto diventando un fondamentale snodo commerciale e finanziario per l’economia spagnola, arricchendo anche il suo settore terziario fino a divenire World Design Capital nel 2014.  Il paradigma inglese e tedesco fanno notare come l’archeologia e i beni culturali possono diventare un business, ma solo nel momento in cui questi vengono valorizzati e sponsorizzati con ricerche universitarie, eventi itineranti, eppure i fondi europei per Pompei stanno per scadere, ma ne è stato impiegato meno dell’1%.


Un altro esempio da seguire potrebbe essere quello irlandese che ha rilanciato la propria economia con un attento programma di risparmio energetico legato alla green economy come spiegato nel Green Economy Progress Report del 2013.
Il primo problema del Sud è l’emigrazione dei giovani che, non trovando spazio per le loro idee, decidono di portarle altrove creando ricchezza, ma soprattutto collaborando così all’elezione di una classe dirigente di più ampio respiro che è proprio uno dei problemi che spesso vengono imputati alle amministrazioni locali meridionali, ma le amministrazioni le decide l’elettorato che, se privato delle menti più aperte e delle idee più innovative, non può emanciparsi.  

Parliamo di un’intera generazione che finchè vive nella propria terra fa di tutto per andarsene, ma che quando se ne va non fa altro che cercarla altrove, cercando un modo per conciliare la propria personale realizzazione con quella del proprio territorio, ma che spesso ormai è rassegnata prima ancora di provarci, il proprio territorio è semplicemente il luogo in cui andare in vacanza. 

Ognuno deve avere il diritto di scegliere se viaggiare o restare nella propria terra, ma al Sud non c’è neanche la concezione che ci si possa provare.
Il primo obiettivo, pertanto, deve essere quello di frenare l’emorragia di cervelli e lo si può ottenere solo mediante la creazione di posti di lavoro specializzati nei campi della riqualifica ambientale, del commercio e della cooperazione internazionale, dell’industria conserviera e dell’industria della cultura che ha bisogno di diventare tale con investimenti mirati, eppure l’Italia continua ad essere in coda in Europa per investimenti nel settore. L’intero sud ha bisogno della sua “generazione Erasmus” per portare nella propria terra tutto ciò che di valido viene proposto negli altri paesi d’Europa.
Taranto può diventare l’esempio da seguire nel resto delle regioni meridionali e l’opportunità che in questo momento hanno l’Italia e l’Europa è quella di far rinascere un territorio che può rialzarsi solo con una strategia a lungo termine e di respiro internazionale, implorando sempre di non cadere più in basso di così.



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