Venerdì, 14 Settembre 2012 19:04

Marchionne rottama la Fiat. Renzi ci prova col Pd. Folla di candidati per le primarie

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Sergio Marchionne e Matteo Renzi Sergio Marchionne e Matteo Renzi

ROMA - Come si dice, dio li fa poi li appaia. Sergio  Marchionne , l’ad del Lingotto, quello della maglietta girocollo che non si toglie neppure quando dorme e Matteo Renzi, il sindaco di Firenze  affezionato alle camice bianche, appena stirate, come ha scritto un cronista di Repubblica, sembrano due gemelli.

L’uno si è messo in  testa di rottamare la Fiat, “Fabbrica Italia”, tanto sponsorizzato dal precedente governo e da Cisl e Uil, non c’è più. Anzi non c’è mai stato, come più volte ha denunciato la Fiom. I lavoratori temono la chiusura di altra stabilimenti, dopo Termini Imerese per il quale non è stata trovata ancora  una soluzione.  I venti miliardi di investimenti entro l 2014, ”impegno autonomo,” nessun  incentivo pubblico”, si vantava Marchionne, si sono volatilizzati.  Il governo ancora non si è posto l problema di intervenire in una vicenda che  può segnare l futuro industriale del nostro Paese. Fornero ha incontrato Marchionne all’autodromo di Monza, si sono salutati, hanno  assistito al Gran Premio ma non è stato fissato alcun appuntamento.


Il  governo non ha ancora  convocato l’Ad del Lingotto

Dice il segretario generale della Fiom: “In un paese normale un governo dovrebbe convocare non solo la Fiat ma anche le parti sociali per discutere del piano industriale che serve al nostro paese''. “Monti-prosegue - ha pero' la responsabilita' di aver detto all'epoca del suo incontro con l'amministratore delegato della Fiat ''che e' giusto che investa dove gli pare: cosi' Monti non sta pensando agli interessi di questo paese  e continua a pensare che il mercato risolva tutti i problemi ma i lavoratori stanno pagando da vent'anni questa teoria''. Intanto a Pomigliano gli operai annunciano picchetti, presidi, negli altri stabilimenti  il clima è pesante. Cisl e Uil non sanno dire altro che la crisi ha  colpito pesantemente l’auto. Non una parola di autocritica. E il “rottamatore” va avanti, si fa sempre più  arrogante.

La politica di centrosinistra nel mirino del sindaco di Firenze

Anche Matteo Renzi è un rottamatore.  “Tutti  i dirigenti a casa se vinco le primarie” e con questo obiettivo è partito  nel giro d’Italia a bordo del suo camper. Ancora  il Pd non ha approvato il regolamento delle primarie. Si dovrà cambiare lo statuto che prevede che il candidato del Pd  è il segretario, cosa logica che avviene quasi ovunque,proprio per consentire a Renzi di partecipare.  Ancora non c’e legge elettorale, né ci sono alleanze, coalizioni,regole per le eventuali coalizioni. Il primo intervento di Renzi, candidato, a Verona, la patria del sindaco leghista, Tosi, ha  dimostrato che  il sindaco di Firenze  vuole  rottamare insieme al gruppo dirigente, il partito, la sua linea politica. Non nomina mai la “carta di intenti” approvata dalla Direzione nazionale che sarà la base per costruire il programma di governo. Lui  va per conto suo. Al solo pronunciare la parola  Pd gli viene l’orticaria.  Dice perfino di sentirsi umiliato per il fatto che  il centrosinistra  non abbia saputo esprimere una soluzione diversa dal governo tecnico, non abbia preso nelle mani la guida politica  del Paese. Il sindaco di Firenze dovrebbe sapere che per formare un governo ci vuole anche una maggioranza parlamentare che lo voti.

Chiede il voto agli elettori della destra per battere Bersani

Forse, visto che nel suo primo comizio, si privolto agli elettori “delusi” del centrodestra  pensa proprio ad una ammucchiata con  lui in testa al mucchio. Così, di fatto, l’invito agli elettori di destra ad andare a votare alle primarie per decidere il candidato del centrosinistra. Naturalmente lui è il garante anche per la destra, le politiche per lo sviluppo, il lavoro, il dramma che vivono milioni di persone, di famiglie, disoccupati, cassa integrati, precari, donne escluse dal mondo del lavoro, i diritti sindacali,  tutto armamentario dei reperti della sinistra. Ma con il Pd che c’entra? Non si capisce bene. Così come non si capisce bene quale piega stiano prendendo  le primarie. Ogni giorno arriva qualche candidatura. Se ne fa levatrice Repubblica che lancia una pseudo inchiesta sulle primarie, tutta orientata nella critica a Bersani.

Arrivano le candidature  annunciate da Repubblica

E dal giornale diretto da Ezio Mauro arrivano  candidature come quella di Stefano Boeri, assessore alla Cultura del comune di Milano, di Laura Puppato, capogruppo Pd alla regione Veneto. Ci pensa Rosy Bindi perché il Pd è “troppo rosso”, ci pensa  Pippo Civati, consigliere  regionale delle Lombardia. Si sono già prenotati Nichi Vendola per Sel, Tabacci, assessore giunta di Milano per l’Api di Rutelli, forse Nencini per il Psi.  In questo bailamme si sprecano da parte dei giornali di destra gli osanna a Renzi  che “ha distrutto il Pd” e di “novità” parlano i tre giornaloni felici e contenti per questa candidatura che, in qualche modo contrasta la campagna del Pd per il governo del Paese. Scrive Repubblica, con il vicedirettore Massimo Giannini che qualche critica a  Renzi la fa, flebile e bonaria: “il segretario Bersani rischia di vagare nella zona grigia  che si apre tra il movimentismo di Renzi  e il radicalismo dell’anima “socialdemocratica”. E’ il difetto di fabbrica di questo Pd che arriva alle primarie senza sapere cos’è. ”La presunzione è pari alla sciocchezza: parlare di radicalismo dell’anima socialdemocratica come fosse un delitto significa rottamare la storia e anche il futuro.

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