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Caso Scazzi. Il circo della miseria umana

TARANTO – “Venite, venite lor signori a vedere la casa degli orrori, a respirare l’odore del sangue a vivere il clima dell’odio”. 

La villetta in via Grazia Deledda nel piccolo paese di  Avetrana è diventata la meta ambita da curiosi e turisti del crimine. Insomma come recarsi agli Universal Studio di Hollywood, dove si trova l’inquietante collina in cui si svolsero le riprese di Psycho, il capolavoro di Alfred Hitchcock. Ma questa volta il Norman Bates di turno non è frutto dell’immaginazione del regista. Anzi, la sua macabra storia è tutta vera e per questo più intrigante, più coinvolgente, costellata da un intreccio infinito di colpi di scena, di incognite, di mezze verità che fanno tenere anche il più disattento spettatore con il fiato sospeso.

A dirla tutta in questo caso i diabolici protagonisti dello scabroso delitto si alternano vicendevolmente la parte del protagonista. Lui, Michele Misseri, il padre padrone, che come un commediante parla, racconta, canta come si dice in gergo, trasformando ogni sua parola in particolari inediti, ma diversi dalla volta precedente. Lei, invece, la figlia risoluta, dal carattere forte, che preferisce tacere, implorando l’innocenza da dietro le sbarre forse per nascondere una verità che potrebbe rivelarsi troppo sconvolgente anche al solo pensiero. Entrambi accomunati da una vita fredda, distaccata dalla realtà che li circonda, da un senso di profondo odio e nel contempo da un affetto morboso, che li tiene uniti nel triste destino delle loro misere vite.

Una vicenda che avrebbe dovuto essere raccontata con la giusta distanza, con quel pizzico di onesto cinismo da cronista, per dare alito all’unica voce: quella della giustizia. Invece niente di tutto questo. La casa degli orrori ben presto si tarsforma in una triste scenografia. Altro che diritto di cronaca, questo è il business mediatico, questo è il vizioso circolo dell’apparire.
Aveva iniziato, come fa tutte le volte, con onorevole maestria la trasmissione Chi l’ha visto, per documentare, per ricercare una verità difficile da afferrare. Ma poi la notizia si è diffusa a macchia d’olio, ha richiamato l’attenzione del circo mediatico che ha mutato la casa dei misteri in un set televisivo, mentre negli studi lontani chilometri e chilometri si susseguivano gli interventi di opinionisti di vario genere, con tanto di plastico alla Vespa riprodotti in scala, per dar quel tocco di scontata originalità. Intanto nella casa i cronisti fanno a gomitate, arrivano ad insultarsi per avere l’esclusiva sull’amico della cugina del cognato. Un teatrino ignobile degno di una puntata del grande fratello in versione Pulp fiction. E ora arrivano anche i turisti per caso con le loro macchinette fotografiche pronti ad immortalare quello che non è più, quello che è stato, seppur nella farneticante e dubbiosa testimonianza di un contadino e di una figlia da premio oscar. E’ l’audience che fa da padrone, è il Truman show all’italiana, dove l’importante è magari poter dire un giorno ai propri figli: io c’ero.

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