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Cina. La corruzione dilaga. Nessun compenso a chi muore per avvelenamento di piombo

Napolitano: “La Cina rispetti i diritti umani”

ROMA – Non ha tutti i torti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando oggi ha affermato durante la visita ufficiale a Pechino che “il cammino intrapreso dalla Cina sulla via delle riforme politiche, del rafforzamento dello Stato di diritto, del rispetto dei dritti umani cosi’ come dell’apertura e liberalizzazione de mercati e’ di fondamentale importanza per una armoniosa integrazione in un sistema internazionale aperto e per una piena sintonia con l’Europa”.

Un invito pacifico che però il governo cinese non ha mai preso in considerazione, altrimenti non sarebbe diventata la potenza economica qual è. Infatti la drammatica situazione dei lavoratori cinesi non è certo un esempio da seguire, almeno stando alle molteplici testimonianze che ci giungono. Anche oggi il China Labour Bullettin, l’osservatorio sindacale fondato da Han Dongfang, sforna l’ennesimo episodio raccapricciante che  non solo fa intendere quali siano le estreme condizioni in cui versano i lavoratori, ma anche quanto il sistema imprenditoriale sia di fatto imperniato sulla corruzione e la collusione con i poteri forti.

Chen Changhong, era un giovane lavoratore della società privata la Hua Guest Co Ltd. che produce batterie nella regione di Quanzhou. Nel 2009 Chen, dopo aver lavorato per nove anni  al reparto di fusione dei pezzi di piombo, inizia ad accusare degli strani sintomi. Nausea, debolezza, dolore alle articolazioni e violenti spasmi addominali.
Qui inizia l’odissea di Chen che deve recarsi al centro medico per il controllo e la prevenzione delle malattie professionali. In un primo momento i sanitari rifiutarono di fornire al giovane la diagnosi ufficiale della malattia contratta sul posto di lavoro, poichè tale servizio era disposto solo su previa autorizzazione del capo del personale della Hua Guest.

E questo la dice lunga sul potere che la società di batterie esprime in questo particolare territorio, dove la Hua Guest è considerata una delle più importanti fabbriche in termini economici che controlla di fatto anche il centro medico, al quale paga addirittura le bollette per la visita annuale dei suoi dipendenti. Un particolare che a suo tempo Chen denunciò azzardando l’ipotesi di falsificazione dei certificati da parte dei sanitari collusi con l’azienda. Dopo varie peripezie Chen riuscì ad ottenere il suo certificato e  scoprì  che il suo livello di piombo nel sangue  era ben otto volte superiore alla soglia di pericolo, che equivale a 100 microgrammi per decilitro, (in Italia è di 70 µg/dl ndr). La lettura della cartella di Chen è sconcertante: 848μg/ per decilitro di sangue.

Strano che si siano accorti solo dopo nove anni.  Trascorsi quattordici giorni e precisamente il 12 giugno del 2009 Chen Changhong moriva. Aveva 37 anni una moglie e due figli da mantenere. A quel punto la famiglia chiese un risarcimento alla società come indennizzo. Ma si imbattè in un altro muro di gomma, in cui sindacati e funzionari dello stato collusi con l’azienda offrirono  10.000   yuan, poco più di 1.000 euro, ai familiari delle vittime, pur di chiudere la pratica.
La famiglia rifiutò e  all’ufficio del lavoro tentarono di ottenere l’arbitrato. Ma questa strada non ebbe successo. Così alla fine decisero  di ingaggiare un legale  affinchè intentasse causa contro la Hua Guest. Il giudice mediò la situazione e alla fine suggerì che la giusta compensazione per i familiari fosse di 40.000 yaun, circa 3.200 euro. Peccato che i familiari ne avevano spesi molti di più, almeno 10mila per far fronte alle spese mediche di Chen, al suo funerale e all’avvocato. Ma nemmeno questo accordo fu raggiunto e così il Tribunale non emise nessuna sentenza.

Eppure – come denuncia il sindacato – la Hua Guest avrebbe dovuto stipulare un’assicurazione sanitaria ai suoi dipendenti, che la società però non ha mai esibito. Le norme di sicurezza e di salute vengono automaticamente ignorate dall’azienda e quando l’ufficio dell’ispettorato decide di fare dei controlli tutti i lavoratori vengono spediti improvvisamente in vacanza, tant’è che la produzione si arresta. Chen prima di morire disse che le uniche protezioni sono rappresentate da un paio di guanti di gomma e una maschera protettiva. Ma se queste si usurano è l’operaio che le deve ricomprare, sborsando i soldi di tasca sua. E poi all’interno della fabbrica – aveva confidato Chen quand’era in vita – i macchinari per la riduzione delle polveri da piombo sono insufficienti a bonificare l’ambiente interno, per cui si fa presto ad avere problemi. E’ solo questione di tempo e di quantità respirate. La morte di Chen non è un caso isolato. Prima di lui morirono cinque operai uno dei quali spirò addirittura sul posto di lavoro. Molti di questi operai provengono dalle regioni remote della Cina e spesso ignorano i rischi che corrono nelle fabbriche. Così se si ammalano e poi muoiono ai familiari delle vittime spetta qualche spicciolo di yaun e uno scavo nel cimitero per sotterrare quel che resta di un lavoratore. E assieme a lui la vergogna della più grande potenza economica del mondo.

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