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Mafia connection. Ecco le 641 pagine che motivano la sentenza di condanna a Dell’Utri

Le 641 pagine con le motivazioni della sentenza

ROMA – Come farà adesso Berlusconi ad  elogiare l’operato del suo governo quando viene preso un boss mafioso?

Non lo possiamo immaginare, ma certo suonerebbe  come  una contraddizione bella e buona, visto che le motivazioni della sentenza aprono ufficialmente un inquietante scenario sui discutibili rapporti tra criminalità organizzata e il presidente del Consiglio,  sotto la mediazione del fido amico Marcello Dell’Utri.
Ufficialmente, teniamo a precisarlo, perchè da qualche tempo molti personaggi avevano avanzato seri dubbi sulla persona del Cavaliere, a partire dall’assunzione di Vittorio Mangano come stalliere nella sua Villa di Arcore, che  -secondo i magistrati –  era in stretto contatto con due degli uomini d’onore più importanti di Cosa nostra a Palermo, Stefano Bontade e Girolamo Taresi, i quali percepirono lauti guadagni dalla Fininvest a titolo estorsivo.

Del”Utri, il suo braccio destro cofondatore di Forza Italia, è accusato di aver aperto quel canale di collegamento tra i boss della criminalità organizzata  e il suo amico Berlusconi, all’epoca imprenditore in carriera con le sue televisioni private. Ma non è tutto, perchè i vertici della mafia avrebbero addirittura estorto ingenti somme di danaro in cambio di fornire protezione al premier  e ai suoi familiari, grazie proprio all’amichevole relazione tra il senatore e Gaetano Cinà. Un punto che il Tribunale ha ritenuto fondato da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali, di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Insomma Marcello Dell’Utri, sembra rivelarsi, l’uomo chiave della vicenda, il nuovo intermediario tra mafia e politica,  come lo riteneva anche il defunto Vito Ciancimino, che probabilmente vedeva questo personaggio come il suo successore.

Le reazioni di oggi
“Anche in questo caso è stato condannato l’intermediario ma non chi ha chiesto l’intermediazione, così come nel processo Mills si è condannato il corrotto e non il corruttore”. E’ questo il commento di Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia, sulle motivazioni della sentenza che ha condannato lo scorso 29 giugno per concorso esterno in associazione mafiosa  a 7 anni il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, nonchè braccio destro di Silvio Berlusconi.

Una soddisfazione a metà, la ritiene invece,  Antonino Gatto, il sostituto procuratore generale di Palermo, che ha rappresentato l’accusa nel processo d’appello al senatore, in quanto nel suo impianto accusatorio  parlava di un vero e proprio patto stipulato nel 1994 tra Forza Italia e Cosa nostra, come si legge nelle motivazioni: “Solo dopo l’affermazione alle elezioni del 1994, infatti, la sentenza appellata ha ritenuto sia stato stipulato tra Dell’Utri e l’associazione mafiosa, tramite Mangano, un non definito patto politico-mafioso in forza del quale l’imputato si impegnava a promuovere “proposte favorevoli per la giustizia” in favore del sodalizio, accusa che i difensori contestano perché fondata su gravi insanabili carenze probatorie”.

Ma non solo. Gatto contesta anche la parte della sentenza riguardante la mancanza di prove sui presunti rapporti tra il senatore Dell’Utri e i boss mafiosi Giuseppe e Filippo Graviano. “Per i giudici di secondo grado, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, non sussiste alcun concreto elemento ancorchè indiziario comprovante l’esistenza di contatti o rapporti, diretti o indiretti, tra Marcello dell’Utri e i fratelli Graviano, essendo risultato sostanzialmente inconsistente anche il contributo offerto da Gaspare Spatuzza le cui dichiarazioni si sono palesate prive di ogni effettiva valenza probatoria”. Elementi che il magistrato intende  dimostrare nel ricorso. Esattamente  contrario il commento del ministro per i rapporti con le Regioni: “Mi sembra – dice Raffaele Fitto – che vi sia stata da parte della corte di appello una valutazione più politica che di merito”. E poi ha aggiunto: “Attendiamo a questo punto il responso della Cassazione chiamata a ripristinare una verità oggettiva”.

Dell’Utri dal canto suo, come aveva detto ieri, si dice fiducioso e con tutta probabilità si appellerà alla Cassazione, ultimo grado di giudizio.

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