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Eutanasia e suicidio etico

ROMA – Monicelli ha scompigliato le carte della società civile, e strani esseri che si nutrono di nulla sono stati stanati dai loro ricettacoli dalla forza di questo perturbante accadimento.

Accadimento che ha dato una scossa alla società italiana, che adesso non vede l’ora di tornare al non pensiero quotidiano.
Mentre l’ombra di Monicelli sta volando nell’Ade, il regno dell’invisibile, dove solo il ricordo e i sogni possono entrare a evocare la sua inquieta immagine, vecchi e nuovi capipopolo già si stanno affannando per appropriarsi del suo nome ed inscriverlo su lapidi che indicano strade e piazze.
Ora che la nemisis storica sta facendo il suo lavoro per ridare, alla cultura e all’etica comune, il significato del gesto estremo di un essere umano chiamato Mario Monicelli, verrebbe voglia di fare un discorso a latere sul senso che la sua scelta personale ha realmente avuto, e magari dargli anche un nome che dovrebbe avere un suono simile a ‘eutanasia’ o a ‘suicidio etico’.

Questo tentativo di dare un senso reale a questo accadimento e il suo reale impatto culturale naturalmente ha, a secondo di chi lo osserva, significati diversi e distanti, anche anni luce.
Fra tutti gli interventi che si sono succeduti sulla stampa,  a proposito della morte di Monicelli, scegliamo quello del filosofo Giovanni Reale, tra i massimi studiosi del pensiero antico, l’uomo al quale Wojtyla affidò i propri scritti filosofici.

Il suo pensiero raccolto acriticamente, e senza nessun sobbalzo di rifiuto, da Gian Guido Vecchi sulle pagine del Corriere della sera del 2 novembre, anche se è, forse, ineccepibile per ‘logica e razionalità’ è assolutamente allucinante dal punto di vista di chi, essendo pensante, non può certo credere alle sue idee disumane su argomenti come l’eutanasia:  “Vede, – dice Reale – il male del nostro tempo l’aveva drammaticamente anticipato Jean-Paul Sartre più di sessant’anni fa: “L’inferno sono gli altri”. L’incapacità di vedere l’altro, di capirlo, di accoglierlo. E di amarlo”. Inizia male il ‘nostro filosofo’ con un testimonial di ‘eccezionale levatura etica’: Jean-Paul Sartre, collaborazionista dei nazisti durante l’occupazione francese, e firmatario di un proclama per difendere la pedofilia, a quanto dice Reale, vomitava il proprio ‘pensiero’ alterato sulla realtà umana nella cultura ammagliata per decenni da questo pseudo maestro del pensiero.

Alla domanda del giornalista che gli proponeva la frase che il presidente Napolitano aveva detto in seguito alle polemiche sulla morte di Monicelli: “un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare” Reale rispondeva:”Sì, questo è giusto: il rispetto. Che non significa né condanna né approvazione: ma capire l’altro, la sua sofferenza, anche se l’altro non ha la fede, la prospettiva di Cristo. Capire l’altro. Soffrire con lui. Senza mai condannare: non si giudica la persona, il Vangelo dice di amare anche il tuo nemico! Semmai, si giudica il comportamento”.

E il suicidio, incalza Vecchi? Risposta: “Lo ritengo un male dell’anima. Qui tocchiamo un problema dell’uomo contemporaneo: l’irreligiosità, la perdita del legame col divino , del senso della sacralità della vita. La risposta più bella la offre Platone, nel Fedone: la vita non è di tua proprietà, ti è stata data, solo il dio può decidere quando togliertela. (…) Platone è il primo a parlare di sacralità della vita. Più tardi, nella Repubblica, dirà che chi è molto malato non deve pesare sullo Stato: ma si mette dal punto di vista della politica, e la politica non può avere il senso della sacralità, sta in una dimensione più bassa”.
Quindi, come ‘non dice’ Reale, Platone è, diciamo con un eufemismo,  ‘leggermente’ scisso nel pensiero: prima dice che la vita non è di proprietà degli esseri umani ma di dio e poi afferma che chi è malato non deve pesare sullo stato, ergo, o si suicida o viene ammazzato.

Sembra un brutto sogno vero? Eppure purtroppo non lo è: questa è la logica del logos occidentale che conduce i giochi e dà un proprio significato alle azioni degli uomini, a secondo di chi o di cosa deve legittimare. Questa logica anaffettiva spoglia di senso e di contenuti l’intenzionalità degli attori di queste azioni. Infatti per Reale “non si giudica la persona , semmai si giudica il comportamento” e, sempre per Reale, è logico che Platone, nella categoria del divino, parli di vita che appartiene solo a dio, ed è logico che nella categoria della politica dica che i malati debbano essere soppressi o si debbano suicidare per il bene della Repubblica.

Questa ‘logica’ schizoide è la logica dei nazisti che nel ’33 fecero il concordato con la Chiesa cattolica protettrice del ‘valore sacro della vita’, – la quale si voleva riappropriare dei suoi beni in Germania perduti durante la riforma luterana – e nel ’39, secondo la ‘logica di Platone’ dissero che se i malati psichiatrici erano un problema, per risolverlo bastava ammazzarli con il gas: e nel 1939 ne assassinarono 50.000. Nel suo La banalità del male la Arendt scrisse: «le prime camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler del 1° settembre di quell’anno, secondo cui alle “persone incurabili” doveva essere concessa “una morte pietosa”.
Naturalmente sorvoliamo su frasi del filosofo cattolico come “Lo ritengo un male dell’anima. Qui tocchiamo un problema dell’uomo contemporaneo: l’irreligiosità, la perdita del legame col divino , del senso della sacralità della vita.” Frasi alle quali Monicelli probabilmente risponderebbe con un bel “ma va un po’ a … “

Lasciando l’empireo metafisico di questi filosofi della credenza e tornando discorsi sensati, potremmo dire che se qualcuno ci viene a dire che la ‘sua vita’ gli è stata donata dalla divinità di cui egli crede l’esistenza, ci potrà sembrare strano ma nessuno si sognerebbe di fargli cambiare idea; ma se qualcuno ci viene a dire che la ‘nostra vita” ci è stata donata dal dio -che lui ha nella mente-  e che quindi non ci appartiene, beh francamente non si potrebbe che pensare che questo è un pazzo pericoloso che si è messo in testa di gestire la ‘nostra vita’ … umana.

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