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ROMA – “Il Partito Democratico è la più grande forza politica riformista del Paese” si legge nelle prime righe aprendo il sito del più grande movimento d’opposizione. Peccato che queste parole alla luce degli utlimi fatti suonino come un ricordo lontanissimo.

Inutile negarlo, il Pd ormai sta diventando sempre più un contenitore dalle tante anime dissonanti tra loro, molte delle quali hanno rinnegato le loro radici politiche. Tuttavia poco importa, ormai il partito d’opposizione campione di “riformismo” vanta continue spaccature al suo interno, tanto da far temere  la sua stessa sopravvivenza. Questa volta la spina sul fianco  arriva dal movimento democratico, la corrente dei veltroniani per intenderci, che oggi ha deciso di votare contro la relazione del segretario Pierluigi Bersani, reo di aver chiesto una maggiore coesione all’interno del partito in vista dei prossimi mesi di impegni. “Il Pd si metta alla guida di una riscossa italiana o il paese si disgrega” è l’appello che Bersani ha rivolto ai membri della direzione del partito. “Non siamo di fronte – ha precisato – a un passaggio ordinario. La situazione è molto seria e per certi versi pericolosa. C’è una perdita di orizzonte”. E poi sul tema dibattuto delle primarie ha aggiunto: “la parola d’ordine è riformarle per salvarle, perchè questo strumento si va logorando, come dimostra il forte calo di partecipazione”.

Ma il punto cruciale della questione arriva sull’argomento Fiat, in cui Bersani fa presagire una chiara vicinanza agli operai schiacciati dal piano Marchionne. Parla “dell’incredibile solitudine a cui sono stati lasciati i lavoratori e i sindacati in un paese in cui le stock option galoppano, l’evasione è al massimo e le riforme professionali sono state affidate agli ordini professionali”.

Parole sante che suonano come un’autocritica al partito che Bersani rappresenta e, infatti,  spaccano l’unanimità  all’interno di questa direzione nazionale in cui latita da tempo una forma precisa d’identità politica..
Almeno così è stato per sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che dopo essersi dimesso dalla direzione ammette di non condividere la posizione di Bersani sulla Fiat: “Mi aspettavo da Bersani una posizione più netta a favore del sì all’accordo perchè -spiega Chiamparino- se vince il sì restano aperte tutte le possibilità di investimento. Se invece vince il no, temo una sorta di limbo. In un Paese diverso, la politica avrebbe un altro atteggiamento su Marchionne”. Insomma la tipica replica di chi vuole continuare a stare con un piede su due staffe, o meglio, far credere di lottare per i diritti  degli operai strizzando l’occhio all’imprenditore di turno.
Stessa linea quella di Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni, rispettivamente  responsabile Welfare e Comunicazioni del Pd, i quali  hanno preso la palla al balzo, dopo l’annuncio di Gianclaudio Bressa che invitava coloro che non erano d’accordo con il segretario Pierluigi Bersani a dimettersi dagli incarichi. “Dobbiamo stare dalla parte di Marchionne? Non è questo il punto. Ma il Pd dovrebbe essere a sostegno del ‘si’ all’accordo di Mirafiori in maniera esplicita” tuona Gentiloni. Tuttavia la linea Bersani alla fine passa e la relazione viene approvata con 127 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astenuti. Insomma, tanta bufera per niente? Nient’affatto lo strappo si trascina da troppo tempo e di ricucire una linea politica condivisa sembra un’operazione alquanto improbabile visto i differenti punti di vista che  emergono perennemente.
Un po’ di coerenza e buon senso in più non guasterebbero a molti esponenti del Pd, specialmente in questo drammatico momento che sta attraversando il paese. E pensare che fino a poco tempo fa si chiamavano pure “compagni”. Di merende forse.

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