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Medioriente e petrolio. Scoperte enormi riserve. Israele vuole tutto

ROMA – Era già da qualche tempo che si parlava delle enormi riserve energetiche presenti nel bacino del Levante, nel Mediterraneo Orientale.

Il giacimento del Leviathan, assieme a quelli di Tamar e Dalit, ha un valore stimato intorno ai 100 miliardi di dollari, complessivamente superiore ai 700 miliardi di metri cubi, (maggiormente di gas, ma anche petrolio secondo la U.S geological Survey), il più grande giacimento mai scoperto nel Mediterraneo. Esso è stato scoperto da un consorzio internazionale di aziende produttrici  di petrolio, tra cui figurano compagnie israeliane(la più importante è la Delek, oltre ad Avner e ratio Oil Exploration) e l’americana Noble Energy, che nel consorzio ha una quota del 40%. Un simile oggetto di contesa, in un’area calda come quella del Mediterraneo orientale, è purtroppo destinato a generare pericolosi attriti tra i contendenti.

A rivendicarne con forza la proprietà è Israele, che vede in tali giacimenti la possibilità di affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ma c’è anche il confinante Libano a recriminarne lo sfruttamento.  Secondo la compagnia norvegese Petroleum Geo-Services, anche nelle acque libanesi vi sono grossi giacimenti di gas e petrolio. A tale proposito, il ministro degli esteri libanese Ali Shami ha chiesto il 4 gennaio al Segretario generale delle Nazioni unite di impedire che esse vengano sfruttate da Israele. Il giorno dopo, il portavoce Onu Martin Nesirsky ha respinto la richiesta, dichiarando che le Nazioni unite non sono preparate per intervenire nella disputa. Stessa risposta da parte dell’Unifil: il portavoce Andrea Tenenti ha dichiarato che «un confine marittimo non è mai stato stabilito» e che «la linea di boe nell’area di Naqoura, non riconosciuta dal governo libanese, è stata installata unilateralmente da Israele». Ancora più difficile è che i palestinesi riescano a sfruttare le riserve energetiche dei loro Territori. Dalla carta redatta dalla U.S. Geological Survey risulta che la maggior parte dei giacimenti di gas si trova nelle acque costiere e nel territorio di Gaza. L’Autorità palestinese  ha affidato lo sfruttamento principalmente alla compagnia British Gas, che ha perforato due pozzi, «Gaza Marine-1» e «Gaza Marine-2». Essi non sono però mai entrati in funzione.

Il governo israeliano ha prima respinto tutte le proposte, presentate dall’Autorità palestinese e dalla British Gas, di esportare il gas in Israele ed Egitto. Quindi ha aperto una trattativa diretta con la compagnia britannica, che detiene la maggior parte dei diritti di sfruttamento, per arrivare a un accordo che escluda i palestinesi. Non a caso la trattativa è stata avviata nel giugno 2008, lo stesso mese in cui iniziava la preparazione dell’operazione «Piombo fuso» lanciata contro Gaza nel dicembre 2008. Poi al resto ci ha pensato l’embargo.

ll giacimento si trova a circa 130 chilometri dalle coste di Haifa, in un punto in cui il confine tra Libano e Israele, essendo frastagliato, non riesce ad essere ben definito . Qui sorge la contesa: Israele come al solito fa la voce forte, spalleggiata dalle potenti lobbies petrolifere statunitensi, mentre il Libano , coperto dalla Siria, dichiara, tramite Hezbollah, che non permetterà ad Israele di accaparrarsi anche il petrolio che spetta al Libano. Ma il ministro israeliano delle infrastrutture, Uzi Landau,  dichiara che, in conformità alle leggi internazionali, proprio quelle che Israele viola da sessant’anni, difenderà le risorse anche con la forza, tanto per cambiare. Israele fa leva sul fatto che nei primi anni duemila, quando si assegnarono le licenze per l’esplorazione, nessuno si era lamentato. Un modo di ragionare nettamente da dominatore, che esula la legge facendo totale riferimento alla legge della giungla: non importano i confini e i sacrosanti diritti territoriali degli stati, chi arriva prima sceglie le regole del gioco, un gioco come al solito sbilanciato per i più forti che godono dell’appoggio utlitarista delle potenze dominanti  e del pressing lobbistico delle aziende più potenti del settore . C’è già chi parla di un gasdotto che congiungerà la Grecia a Israele e che potrebbe essere prolungato ad Eliat sul mar Rosso, raggiungendo con facilità i mercati asiatici. Ed ecco che l’indice energetico della Borsa di tel Aviv è schizzato su quasi del 2% in un anno.

Altro ruolo importante è quello di Cipro, con cui Israele si sta accordando per definire i confini marittimi, definendoli a circa 200 chilometri dalle rispettive coste. I due paesi hanno definito, nello specifico le rispettive zone economiche esclusive. Nicosia accorda ad Israele, con la mediazione della Grecia, la concessione per lo sfruttamento su una superficie di 1250 chilometri quadrati adiacenti alle coste israeliane. Titolari dei lavori di estrazione sono la Texana Noble Enery, partner dell’israeliana Delek Energy. La Turchia, i cui rapporti con Cipro sono ben noti, e che da Maggio sono roventi anche con Israele, sta elaborando, con Libano e Siria, una strategia comune per contenere le pretese totali di Israele. L’Egitto da parte sua, segue con attenzione l’accordo israelo-cipriota, ed ha già avviato uno studio tecnico e legale per verificare che l’accordo non intacchi la zona economica esclusiva egiziana nel mediterraneo.

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