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Caso Ruby. I vescovi italiani tra moralismo, cautela e realismo

ROMA – Premesso che – rispetto ai sondaggi – nutriamo la stessa fiducia che la signora Miriam Raffaella Bartolini riserva oggi al suo ex consorte, (l’attuale capo del governo), ma non possiamo non restare indifferenti nel prendere atto che, stando almeno a quanto espresso dal dottor Pagnoncelli, ieri sera a “Ballarò”, oltre il 50 per cento degli italiani (il 54, per la precisione) ritenga che il primo ministro italiano non sia un “perseguitato” dalla giustizia.

Così come non possiamo non restare, ancor di più, colpiti nell’apprendere – sempre dalla stessa fonte, che ben il 79 per cento dei nostri compatrioti ritiene che il premier italiano dovrebbe farsi interrogare perché, è il 51 per cento degli italiani a pensarlo, i suoi affari personali – più o meno legati alle vicende giudiziarie – intralcino la sua azione di governo.

Ebbene, se la matematica non è un’opinione, a fronte dei numeri fornitici dal dottor Pagnoncelli, tre sono le domande a cui vorremmo trovare una risposta per tacitare, quantomeno, le nostre intelligenze frastornate visto che – nonostante poco c’importi di quel che fanno lor signori sotto le lenzuola – le nostre coscienze in tumulto sembrano destinate a rimanere tali.

In primo luogo, ci piacerebbe sapere dove abbia studiato il collega (?) Mario Sechi, chiarissimo direttore del quotidiano “indipendente” di Roma, “Il Tempo”. Lo chiediamo, ovviamente, non in quanto bramiamo scriverne la biografia ma, semplicemente, per evitare di mandarci i nostri figli. Infatti, nel dubbio che non sia a causa di una disfunzione del collega (?) direttore, dobbiamo necessariamente pensare che sia a causa del corpo insegnante che abbia avuto problemi con la logica e la matematica oltre, ovviamente che con l’italiano. Come giustificare, altrimenti, lo sproloquio di ieri sera a “Ballarò”, circa la buona metà di italiani che – secondo lui – non capirebbe se il premier italiano, a seguito del caso “Ruby”, dovesse cadere visto che sono 17 anni che il poverino è “perseguitato” (sic!)? Non lo sa, il nostro, che le percentuali si chiudono a 100, appunto?

E come è possibile, dunque, se c’è il 54 per cento degli italiani che pensa che il premier non sia un perseguitato, continuare a sostenere il contrario nascondendosi dietro la “buona metà”?
Che logica c’è, in tale affermazione, se non quella d’intimorire; di mestare nel torbido tentando d’imporre la dittatura di una maggioranza che, stando ai numeri, sembra non esserci più?

La seconda questione, che ci piacerebbe approfondire, è legata agli atti di solidarietà, generosità – li ha chiamati il ministro guardasigilli – a cui il nostro premier non ha mai fatto pubblicità.
Al di là del fatto che ogni buon cristiano sa, (o dovrebbe sapere) senza neanche aver bisogno di chiedere a monsignor Fisichella, che nostro Signore lo ha invitato (Mt. 6, 1-4) “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Non saremo certo noi a mettere in discussione le virtù eroiche del capo del governo italiano, non troviamo alcunché di sbagliato nel tenere segrete le sue azioni di carità. Quello che, però, vorremmo sapere è: perché quando le buone azioni le rivolge alle escort – o presunte tali – faccia di tutto perché si sappia e, soprattutto, se ne vanti? Ma ancora, noi che pur non essendo dei pericolosi estremisti come il collega (!) Giovanni Valentini de “L’Espresso”, avremmo lo stesso tanto piacere sapere perché le persone che il capo del governo aiuta – cinque mila euro di qua, una casa di là – sono sempre belle ragazze e mai: operai, senza tetto, disoccupati?

La terza domanda, a cui vorremmo trovare una risposta, è rivolta ai pastori, alla conferenza episcopale italiana, secondo noi troppo attenta alle questioni giudiziarie del caso “Ruby” e poco, o nulla, a quelle morali. Infatti, volendo prendere per buone le statistiche che indicano nell’80 per cento la quota dei credenti in Italia e dando per scontato che, all’interno dei beneficati dal premier  (posti in parlamento e nelle altre assemblee elettive, posti di sottobosco, titolari di prebende varie)  un buon 10 per cento è di credenti. Dando per buoni, ancora, i numeri del dottor Pagnoncelli, dunque, senza timore di sbagliarci troppo, possiamo dire che all’interno di quel 79 per cento d’italiani che ritengono che il capo del governo dovrebbe farsi interrogare oltre il 60 per cento è composto da credenti.

Ora, la questione è questa, possono i pastori limitarsi ad affermare che: “La vicenda “Ruby” è un’irrespirabile polverone dal quale occorre uscire al più presto”? È possibile che, a fronte del disorientamento che la questione ha prodotto nel mondo cattolico, disorientamento rappresentato da quella percentuale così elevata, i pastori non trovino altra parola – a prescindere dalle cautele, che spettano, secondo noi, alla Segreteria di Stato (la quale, infatti, ha taciuto) – più forte del monito alla “sobrietà” perché “anche solo l’idea che un uomo che siede al vertice delle istituzioni dello Stato sia implicato in storie di prostituzione e, peggio ancora, di prostituzione minorile, ferisce e sconvolge”?

Che senso ha, ci chiediamo, tutta questa cautela? Non compete ai vescovi italiani, ne siamo certi, sanzionare comportamenti “scandalosi”, né censurare l’operato dei governanti: siano essi credenti o agnostici. Quello che, secondo noi, riteniamo sia, invece, un dovere dei pastori è l’esercizio del ministero della confermazione dei credenti nella fede e dell’annuncio della parola.

I credenti non hanno bisogno – come hanno fatto i sindacati delle poliziotte e delle infermiere – di chi li difenda e li tuteli, ma di essere confermati nella fede sicché tutti, anche chi in buona fede vive vicino al male, possa riconoscere da che parte è il bene. Ci aspettavamo, quindi, che la voce dei pastori si alzasse alta e forte – come quella del Battista contro Erode Antipa –  e non che si unisse al coro dei “garantisti” a chiedere un chiarimento in attesa di un giusto processo.

Quel che è accaduto – a prescindere dai risvolti penali, su cui sarà la giustizia umana a dare il suo giudizio (se sarà messa in condizione di farlo) – è grave a prescindere e, veri non veri, i fatti venuti alla luce, i pastori hanno il DOVERE di denunciarli e non di chiudere gli occhi o, peggio, guardare altrove, lasciando che lo “scandalo” diventi “senso comune”.

Se siamo stati zitti, quando un pastore ha chiesto di contestualizzare una bestemmia detta in pubblico; se siamo stati in ossequioso ed obbediente silenzio, quando lo stesso pastore ha spiegato che l’Eucarestia, negata – giustamente – ai divorziati e risposati è invece amministrata a chi è stato mollato dalla seconda moglie, perché “maniaco sessuale” e fedifrago pubblico e impenitente; oggi proprio non ce la sentiamo più di tacere perchè: “Quando è troppo, è troppo!” e non serve più a giustificarlo neanche “l’8 per mille” o un passaggio di ruolo dei professori di religione ovvero, un aumento dei contributi  alle scuole cattoliche perché, di questo passo, non ci saranno più fedeli a cui parlare.

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