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NOUACHOTT – Yacoub Ould Dahoud l’imprenditore quarantatrenne, che si era dato fuoco nella sua autovettura davanti al Palazzo presidenziale per protestare contro il boicottaggio del Presidente Abdel Aziz nei confronti della sua famiglia, gli Idawali, é morto sabato in una clinica a Casablanca in Marocco dove era stato ricoverato per la gravità delle ustioni subite sul 90% del suo corpo.

Contrariamente a quanto avevano riportato le agenzie di stampa locali poche ore dopo l’evento, l’uomo giaceva in gravi condizioni all’Ospedale Nazionale di Nouakchott. Condizioni che l’attuale sistema sanitario mauritano non é stato capace d’affrontare tanto da obbligare all’evacuazione in Marocco, ove però é giunto in condizioni oramai disperate.

L’uomo, molto noto negli ambienti imprenditoriali e governativi, apparteneva alla tribu maura bianca Idawali che rappresenta da sempre in Mauritania l’élite intelletuale del paese. In particolare, il morto era il fondatore-proprietario dell’azienda leader dei distributori di materiale ed apparecchiature sanitarie del paese, che per il suo lavoro professionale aveva persino ricevuto un riconoscimento da parte dell’UE per l’alta professionalità dimostrata. Un uomo quindi che godeva della stima e della fiducia di ambienti non solo mauritani e che fino alla salita al potere di Abdel Aziz godeva di pace e prosperità. E quindi oggettivo che la causa della sua morte sia stata la feroce vendetta messa in atto dall’attuale presidente mauritano nei suoi confronti e della sua famiglia (con alcune singole defezioni) rea d’aver osteggiato il putsch militare e la sua candidatura alle elezioni presidenziali. A questo s’aggiunga lo storico legame degli Idawali con il deposto presidente della repubblica e con l’odiato cugino Colonnello Ely, colui che destituì il dittatore Maaouiya Ould Taya nel 2005. Abdel Aziz, una volta legittimo presidente, ha fatto terra buciato intorno alla famiglia destituendo tutti i funzionari e dirigenti statali appartenenti o simpatizzanti gli Idawali ed ha sopratutto bloccato tutti i pagamenti di commesse e forniture fatte da aziende e società riconducibili direttamente o indirettamente alla famiglia del morto.
Una situazione non tollerabile, anche a livello di onorabilità pubblica, che per Dahoud era oramai divenuta insostenibile anche da un profilo spirituale. E’ opportuno ricordare che il suicidio per l’Islam é un crimine contro Dio e quindi chi lo compie é destinato all’inferno. L’unica eccezione ammessa é il caso estremo in cui un musulmano costretto con la forza a rinnegare la sua fede in Dio. Nemmeno in caso di guerra santa il suicidio come arma di guerra é ammessa. E’ solo frutto della propaganda dello scontro delle civiltà e della guerra perpetua che ancora oggi si blateri sulla vocazione al suicidio degli islamici nell’opinione pubblica occidentale.

Tuttavia la morte di Dahoud potrebbe non essere senza esiti sul destino di Abdel Aziz. Infatti sabato sera sulla rete unica televisiva mauritana, il presidente, commentando la morte del mauro, ha evitato di fare le condoglianze alla famiglia e ha tenuto a precisare che alcuna relazione vi era tra il suo atto disperato e la condizione di povertà 9riaffermando il suo essere il presidente dei poveri), dando successivamente una lettura della rivoluzione tunisina tuttora in atto molto vicina a quella di Gheddafi e dei troppi amici europei di Ben Ali: una rivolta del pane e dello zucchero.
Una dichiarazione assolutamente devastante sulla sua popolarità e in contrasto con i dettami di un <buon muslima> che di fronte alla morte di un appartenente alla sua comunità ha il dovere di esprimere pietà e condoglianze alla famiglia, a prescindere da ogni altra considerazione comprese quelle sulle circostanze del decesso. Infatti, per un vero musulmano solo Dio può giudicare l’operato di un uomo o di una donna dopo la sua morte.
Oggi per le strade di Nouakchott qualcuno inizia a mormorare che Abdel Aziz non mangerà la pecora di Tabasky (la festa islamica della famiglia che ricorda il mancato sacrificio d’Isacco, assimilabile al Natale cristiano per la ritualità) nella sua residenza presidenziale.

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