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TEHERAN – In Iran essere uno spacciatore, uno stupratore, praticare l’adulterio, rubare, essere omosessuale, fare uso per tre volte di alcool o addirittura essere un apostata, cioè un eretico  infedele significa andare incontro a morte sicura.

L’ennesima sentenza di condanna è stata emessa dal governo di Teheran nei confronti di Abdolreza Gharabat, un uomo che sosteneva di essere Dio e aveva addirittura attratto a sè numerosi seguaci. L’uomo è stato giustiziato mercoledì nella provincia del Khuzestan, nel sud della Repubblica Islamica. Almeno questo riferiscono le fonti locali, che ben sappiamo rispecchiano perfettamente i media del regime che rispecchiano esattamente i dettami del suo presidente Mahmoud Ahmadinejad. Nonostante l’Unione Europea abbia chiesto all’Iran di sospendere le pene capitali pendenti e  dichiarare una moratoria il più presto possibile, le esecuzioni continuano, tanto che l’International Campaign for Human Rights stima che ogni otto ore una persona sia giustiziata attraverso impiccagione. Una pratica disumana dove le vittime, donne, uomini,  una volta legate con il cappio al collo vengono sollevate da una gru mentre i corpi di dimenano fino all’ultimo respiro. Tutto si svolge alla luce del sole, davanti alle persone, spettatori incapaci di reagire di questo macabro rituale imposto da un regime che vuole diffondere costantemente un clima  di terrore tra la popolazione.

Un altro caso eclatante  riguarda invece una cittadina iraniano olandese giustiziata il 2 gennaio scorso. La vittima Sarah Bahrami aveva 46 anni ed aveva anche il passaporto olandese, anche se il governo iraniano non riconosce la doppia cittadinanza. In un primo momento era stata accusata di appartenere ad un gruppo di sovversivi che tramavano contro il regime di Ahmadinejad. Poi l’accusa – sempre secondo i media iraniani – è stata tramutata in spaccio e detenzione di droga. Così, ignorando gli appelli da parte dell’Europa e dell’Olanda, è stata impiccata senza dare nessuna possibilità di difesa alla povera vittima.

Non ultimo arriva il recente caso di Farhad Tarom,  giustiziato il 28 gennaio scorso nel carcere a Oroumieh. L’uomo era stato riconosciuto colpevole per aver militato nel Partito Democratico del Kurdistan.
Arrestato prima nel Kurdistan iracheno, dove aveva trascorso tre anni in carcere, una volta rientrato in Iran è stato nuovamente condotto in carcere e pochi giorni fa è arrivata la sentenza di morte per  l’impiccagione. Non è servita nemmeno la manifestazione di solidarietà  di una piccola folla  che si era radunata davanti alla prigione per chiedere alle autorità la restituzione del corpo alla famiglia per una  sepoltura dignitosa. Ma la richiesta, rimasta inascoltata, non ha fatto altro che provocare dei duri scontri con la Polizia.

L’iran è seconda nella classifica per le esecuzioni dopo la Cina. Nel 2009 le esecuzioni capitale sono state 388, ma questo numero è drammaticamente aumentato negli ultimi mesi, tanto che da prevedere che nel 2011 le pene capitali potrebbero raggiungere quota 1.000 e anche qualcosa di più visto che il regime impone una censura rigida sulla diffusione dei numeri delle esecuzioni.
Anche le organizzazioni per i diritti riportano solitamente i casi più diffusi dall’opinione pubblica, che secondo alcuni riguardano una piccola parte di questa atroce realtà.

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