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Pirateria somala: i retroscena del sequestro del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’

Dopo il sequestro di ieri della petroliera italiana Savina Caylyn rispunta l’inuqietante caso del rimorchiatore Buccaneer

ROMA – Hanno il colore verde dei dollari USA le gesta che vedono protagonisti i pirati somali nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano dove vi ‘scorazzano’ da alcuni anni. Il primo caso di pirateria marittima al largo della Somalia si verificò il 15 marzo del 2005, ma il fenomeno, cresciuto nell’indifferenza e inconsapevolezza generale, ha conosciuto il suo momento di ‘gloria’ nel 2009. L’anno in cui avvenne anche il sequestro del  rimorchiatore d’altura italiano, Buccaneer che di fatto ha portare il fenomeno della pirateria marittima all’attenzione dei media nazionali. Un’attenzione che però, è durata giusto 118 giorni, dal 11 aprile 2009 fino al 9 agosto successivo quando i pirati somali rilasciarono il rimorchiatore italiano. Un lasso di tempo durante il quale ci fu una trattativa che vide protagonisti da un lato emissari del governo italiano e della ‘Micoperi, società armatrice del battello, e dall’altro i pirati somali decisi a non ‘mollare’ la preda senza contropartita. Le autorità italiane infatti, per riottenere ‘indietro’ la nave e i sedici marittimi, tra cui dieci italiani oltre a cinque rumeni e un croato, membri dell’equipaggio della nave italiana, dovettero trattare con i ‘predoni del mare’. L’episodio però, evidenziò quanto fosse ‘fuori’ da quella parte del mondo l’intelligence italiana.

 

Pertanto, l’Italia dovette affidarsi a terze persone per tenere contatti con la gang del mare che tratteneva il Buccaneer e i suoi marinai, Alla fine qualcosa è stato dato in cambio di ‘cavolo e capra’. E’ stato pagato un riscatto! Di questo c’è la certezza. L’Italia però, a differenza di tutti gli altri Paesi che sono rimasti coinvolti in atti di pirateria marittima e che hanno sempre ammesso di aver pagato, ha sempre negato di averlo fatto. A negarlo sia Silvio Bartolotti, general manager della ‘Micoperi’ sia il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Addirittura la Farnesina ha da sempre attribuito il successo dell’operazione all’abile azione diplomatica condotta, in quella parte del mondo, dalla diplomazia italiana, a momenti l’inviata del ministro, la Boniver rischiava di creare un incidente diplomatico con il Puntland, e all’entrata in campo del governo somalo di transizione di Mogadiscio. Un intervento voluto dall’Italia e sancito con l’incontro del 10 giugno 2009 a Roma tra Frattini e l’allora premier somalo, Omar Abdirashid Ali Sharmanke. In quella occasione il Premier somalo, in Italia per il vertice del  ‘Gruppo Internazionale di Contatto sulla Somalia’, ICG, mentre ‘incassava’ altri aiuti economici da parte dell’Italia per la Somalia, si parla di decine di milioni di dollari,  diede la sua assicurazione che si sarebbe occupato personalmente della questione al suo rientro in Somalia e si impegnò per una soluzione pacifica della questione.

 

Difficile poter affermare quanto sia riuscito a mantenere fede a questa promessa. Allora Mogadiscio era già, come lo è oggi, sconvolta da una guerra  combattuta tra governativi e miliziani islamici del gruppo filo al Qaeda di ‘al Shabaab’. La capitale era ed è l’ultimo baluardo del debole governo somalo che ormai non controllava ne controlla più il resto del Paese in mano ai ribelli. La costa del Puntland,  dove era alla fonda il Buccaneer, era poi, lontana diversi giorni di viaggio ed in territorio ostile difficile credere che un emissario di Mogadiscio potesse passarvi indenne. Il  riscatto il governo italiano l’ha ‘sborsato’ e dovrebbe essere di almeno quattro milioni di dollari in contanti. E’ questa la somma che gli stessi pirati hanno, immediatamente dopo il rilascio di uomini e nave, fatto sapere di aver ricevuto in cambio. Un riscatto che sarebbe stato consegnato in mare alcuni giorni prima quando al largo si erano incontrati un barchino e un gommone. Le mazzette di dollari erano contenute in 4 borsoni azzurri cellofanati. Solo contando le mazzette poi, la gang del mare che aveva catturato il Buccaneer si sarebbe accorta che vi fosse un milione in più di quanto avessero richiesto. Si dice che impiegarono un pomeriggio intero per rendersene conto, chiusi nella cabina a far funzionare le macchinette conta soldi, erano almeno cinque. Allora si trattò del più alto riscatto mai pagato per un nave catturata nel ‘mare dei pirati’.

 

La storia oggi si ripete. Una petroliera italiana, la ‘Savina Caylin’ è caduta ostaggio nelle mani dei pirati somali e a bordo, tra i membri dell’equipaggio, vi sono anche cinque italiani tenuti anch’essi in ostaggio. Uno del Trentino, uno di Gaeta e gli altri tre sono campani, il comandante, il terzo ufficiale e l’allievo di coperta. Erano campani anche tre dei marittimi del Buccaneer e di Gaeta un altro. Per loro la disavventura è durata 118 giorni tra mille patemi di cui ancora oggi ne subiscono le conseguenze senza che lo stato gli abbia dato una mano. Questa volta la Farnesina giocherà ancora a carte coperte? La verità sul Buccaneer alla fine è venuta a galla ed è stata denunciata da un’inchiesta giornalistica pubblicata dal mensile Liberoreporter e seguita dalla pubblicazione di un libro: ‘Quel maledetto viaggio nel mare dei pirati’ edito da Liberoreporter. Si tratta di un libro denuncia che narra dei retroscena del sequestro del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’ come racconta la Logimar  sul suo sito .
Il libro è acquistabile on line al link di Liberoreporter

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