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ROMA – Giorgio Napolitano ha “stoppato” il Cavaliere nei suoi propositi di contrapposizione con i giudici di Milano, sottolineando che in Italia il “giusto processo” è ampiamente e doverosamente previsto dalle norme della Costituzione e dalle leggi di procedura penale. Il Presidente del Consiglio ha abbassato i toni e si è conformato alla bacchettata di Napolitano, ribadendo comunque di voler predisporre quella tanto strombazzata riforma della giustizia, che poi per lui consiste essenzialmente in una riforma delle impunità.

L’incontro con il presidente della Repubblica è stato preparato con alcuni strettissimi consiglieri del premier a palazzo Grazioli: fra questi il sottosegretario Gianni Letta e il Guardasigilli Angelino Alfano. E proprio con loro il Cavaliere ha deciso la linea da seguire con il Colle. Nessuna volontà di scontro, assicurano i fedelissimi, anzi la convinzione che l’unica strada da seguire sia quella di tentare di ricucire un rapporto notevolmente deteriorato dagli affondi dello stesso premier contro il tentativo «di golpe morale» dei pm. Una necessità, quella di mantenere buoni rapporti con l’inquilino del Colle dettata anche dalla consapevolezza che senza un confronto costruttivo con la massima carica istituzionale nessuna iniziativa parlamentare avrebbe alcuna chance di passare. Ma ciò non significa che per il premier – che non ha nascosto il rammarico per alcune prese di posizione del Quirinale (non ultima quella di oggi) che, a suo giudizio, sono un pò troppo ‘sbilanciate’ in favore dei giudici – non sia venuto il momento di dire con chiarezza ciò che pensa dell’attuale situazione.

E se il Cavaliere ha mantenuto il brogliaccio messo a punto prima dell’incontro, il suo intervento al Colle deve aver toccato alcuni punti per lui nodali. In primo luogo la necessità che l’attività di una certa magistratura non impedisca al presidente del Consiglio, anche in considerazione della delicata fase economica, di svolgere il suo ruolo di capo del governo, obbligandolo a difendersi su più fronti giudiziari per accuse – ritiene- del tutto infondate. E ciò non solo per ‘l’ordinaria amministrazionè, ma anche per quelle riforme che la maggioranza degli italiani, attraverso il voto, ha chiesto al centrodestra. Ivi incluse, quindi, quelle relative al tema delicatissimo della giustizia, pur con la promessa di evitare forzature o strappi paventati dal Colle. E ciò anche in considerazione del fatto che il premier è convinto non solo di avere i numeri per portare a casa queste riforme, ma anche di poterli incrementare. Nel suo tentativo di trovare nel Quirinale una ‘sponda’ che contribuisca ad evitare un’ulteriore escalation nel conflitto istituzionale in atto, è possibile che il premier abbia posto l’accento sul rischio che l’attuale scontro si trasferisca dalle istituzioni alle piazze, come dimostrano le mobilitazioni di questi giorni, da quella di Arcore a quella del Pdl davanti al tribunale di Milano.

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