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Operazione Neaopolis: arrestato un boss della Camorra a Pescara. Il video della cattura

PESCARA – “Operazione Neapolis”, questo il nome della lunga e complicatissima indagine condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Pescara coordinati dalla Magistratura D.D.A de L’Aquila.

L’operazione si è conclusa ieri con successo grazie all’arresto di 18 malviventi affiliati a clan camorristici insediati nel territorio Pescarese. Fra questi un arresto eccellente: Salvatore Puccinelli, noto a tutti come “Totore Straccetta”, boss dell’omonimo clan del Rione Traiano.

Salvatore Puccinelli risiede a Montesilvano, dove è sottoposto al regime di Sorveglianza Speciale. Insieme a lui vive anche la moglie Angela  Savarese ed al figlio Ciro. Dal territorio Pescarese avevano avviato un’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio ed al traffico di cocaina proveniente da Napoli, venduta poi nelle province di Pescara e Teramo.

In tutto 18 gli arrestati: per tutti l’accusa è di traffico di sostanze stupefacenti fra l’Abruzzo e la Campania.

PRECEDENTI CAMORRISTICI IN ABRUZZO. L’operazione di ieri ha dimostrato quanto le associazioni malavitose Campane si siano infiltrate nel territorio Pescarese ed Abruzzese. Un altro collegamento ai clan camorristici insidiatisi in Abruzzo è relativo infatti all’ottobre 2010 dove un collaboratore di giustizia ha raccontato di una scampata esplosione che doveva avvenire anni prima ai danni del camorrista D’Antuono. Il clan capeggiato dai D’Alessandro aveva infatti preparato una bomba poi non esplosa perché difettosa.

Dall’indagine che ha prodotto 25 fermi si è scoperto che la bomba era stata voluta dalla cosca D’Alessandro con il fine di uccidere il pregiudicato rivale Carmine D’Antuono , che si era trasferito nella zona di Pescara.

La confessione è venuta dal collaboratore di giustizia Antonio Esposito : “Avevo saputo che lo stesso si era trasferito nella zona di Pescara – ha detto ai giudici – dove aveva aperto una pizzeria e un vivaio. Mi ero procurato, tramite una persona di Sora o di Avezzano, anche un ordigno fabbricato artigianalmente e telecomandato con un apparecchio cellulare modificato. Con questa bomba, collocata sotto il furgone della ditta del D’Antuono si doveva effettuare per l’appunto un attentato ai suoi danni e ai danni del figlio di nome Gennaro. A premere il telecomando dovevamo essere io e Montagna Ernesto.”

Nonostante la fortuna che toccò a D’Antuono, questi morì egualmente in un agguato a Gragnano, il 28 agosto 2008, assieme a Federico Donnarumma da Catello Romano, reo confesso anche dell’omicidio del consigliere comunale di Castellammare Gino Tommasino .

Il video della cattura

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