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ROMA – Sono passati poco più di due anni da quando una cordata di “capitani coraggiosi” si è proposta al governo Berlusconi e alle parti sociali per rilevare l’Alitalia.

L’operazione di riorganizzazione dell’azienda è passata attraverso una completa ri-negoziazione dei contratti di lavoro, sia del personale navigante che di quello di terra, con drastiche riduzioni dei salari, un aumento esponenziale della produttività e un massiccio ricorso alla cassa integrazione per migliaia di lavoratori. Una parte di questi lavoratori dovrebbe raggiungere i requisiti minimi per il pensionamento nel corso dello svolgersi della cigs, ma molti altri alla fine si ritroveranno senza lavoro e senza i requisiti pensionistici.
Nonostante ciò, sembra che i tagli effettuati non siano stati sufficienti e sia necessario un ulteriore “alleggerimento” degli organici, e un nuovo intervento sul costo del lavoro, in costanza della presenza di numeri in rosso nei conti. Più volte erano girate “voci” di nuovi tagli, voci qualche volta avvalorate dal fatto che, ancora ad oggi, l’azienda non ha raggiunto il sospirato pareggio di esercizio.
Già dalle ultime settimane dello scorso dicembre, si aveva conto di riunioni tra azienda e sindacati firmatari.
Addirittura le voci che giravano erano orientate all’ottimismo, difatti, alla luce delle centinaia di domande di part-time tra gli Assistenti di volo, la speranza era che queste riunioni servissero a negoziare le modalità di rientro al lavoro di molti cassaintegrati.

La prima doccia fredda è stata quando l’azienda ha messo sul tavolo negoziale la “sua” necessità di attuare un’operazione di efficientamento delle risorse aziendali. Ora risuona, ancora di più stonata,  la dichiarazione dell’alto management aziendale di negare un problema di nuovi esuberi, ma nel contempo di dover necessariamente intervenire su alcuni margini di efficienza e ricorrere alla cassa integrazione su base volontaria e ad alcune esternalizzazioni di rami d’azienda. Queste infatti le dichiarazioni dei giorni scorsi dell’A.D Sabelli: “Non c’è un problema di esuberi” rispetto all’obiettivo iniziale, fissato due anni orsono, di 12.600 lavoratori. Oggi la compagnia ne ha 14mila. Di cui alcuni part-time e altri stagionali. “Ci sono margini di efficienza e possiamo intervenire con cassa integrazione su base volontaria e outsourcing”.  
I numeri resi ufficiosamente noti parlano di almeno 600 nuovi lavoratori in cigs e di esternalizzazioni delle attività aeroportuali nelle sedi periferiche. I sindacati vogliono ridurre gli esuberi a 500 lavoratori, limitando i casi a chi matura la pensione nei sette anni successivi e, a condizione che non ci siano ripercussioni operative.
Per quel che riguarda il personale navigante è reale il problema della pesantezza delle condizioni d’impiego; sono più di 700 gli Assistenti di volo che su un organico di 3300 hanno chiesto il lavoro a tempo parziale. Esistono inoltre marcate differenze retributive tra gli stessi lavoratori che operano, a parità di mansioni, in altre aziende del gruppo, così come il problema della stabilizzazione di moltissimi lavoratori precari.
Non ultime poi le richieste dei piloti relative a gravi criticità: gli organici sottodimensionati, abusi contrattuali sui turni, mancata erogazione di circa 15.000 giornate di ferie e preoccupanti lacune nell’area dell’addestramento e della sicurezza.

Ora la si può chiamare come si vuole, ma questi argomenti ci parlano di una trattativa dettata dall’emergenza, un classico negoziato imposto dalle aziende in serie difficoltà, con una consolidata liturgia  e un finale già visto nel quale i “soliti” sindacati “responsabili” concordano con le necessità aziendali, nel nome della continuità dell’operazione di rilancio industriale.

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