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Libia: sforzo internazionale per fermare violenze

TRIPOLI – Mentre in Libia si combatte è in corso lo sforzo internazionale per fermare la sanguinosa repressione attuata dal regime libico nei confronti dell’opposizione.

Stamani Francia e Gran Bretagna hanno reso noto che chiederanno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Libia sia sottoposta all’embargo delle armi e da sanzioni finanziari. Inoltre, sembra che nelle intenzioni di Parigi e Londra vi sia quella di chiedere il deferimento del regime di Tripoli al Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità dell’Aja. Si tratta del Tibunale che fonda la sua giurisdizione e dunque il potere di giudicare chi è accusato di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio, in base allo ‘Statuto di Roma’ un accordo internazionale siglato il 17 luglio 1998 a Roma e a cui hanno aderito finora 114 Paesi. Solo i cittadini degli Stati che hanno sottoscritto questo accordo possono essere perseguiti e la Libia non è tra questi Paesi per cui è difficile che vanga applicato. Il governo britannico si è detto anche pronto a congelare i beni per oltre 20 miliardi di euro di Gheddafi la cui esistenza è stata rivelata nella sua edizione odierna dal Daily Telepgraph. Anche l’Australia sta valutando l’ipotesi di adottare sanzioni contro la Libia. Nel frattempo, ha chiesto al riguardo un’inchiesta internazionale indipendente da parte del Consiglio per i diritti umani dell’ONU che si riunisce oggi a Ginevra. Si tratta di una sessione speciale sulla Libia al termine della quale l’organizzazione dovrà pronunciarsi sulla sospensione della Libia dai Paesi membri. Atteso per oggi pomeriggio anche una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Sempre stamani il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen ha chiesto una riunione urgente dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica sulla situazione in Libia.

 

La NATO, che finora si era tenuta fuori dalla questione lasciando la gestione dell’emergenza all’Europa, ora si dice essere pronto a fare da coordinatore qualora gli alleati decidessero un’azione. Rasmussen ha precisato che le priorità devono essere l’evacuazione ed eventualmente l’assistenza umanitaria. Mentre, si apre a Godollo, vicino Budapest, la riunione informale dei ministri della Difesa dell’Ue. Al centro del vertice la critica situazione libica e la possibile evacuazione dei migliaia di cittadini che ancora rimangono nel Paese africano. Stime non confermate indicano in circa 6mila i cittadini europei che ancora non hanno lasciato la Libia. a Godollo oltre ai ministri, il segretario generale della NATO e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Catherine Ashton. Stamani l’Ashton, ha affermato che: “occorre emanare misure restrittive nei confronti del regime libico di Muammar Gheddafi per fermare il bagno di sangue. Nella sua edizione odierna il Daily Mail ha pubblicato la notizia che uno dei figli del colonnello Gheddafi, Saif al Islam, avrebbe chiesto un aiuto mediatorio a Tony Blair. “L’Italia condivide l’opzione della adozione di sanzioni personali e patrimoniali mirate che dovessero essere proposte a livello europeo”. Lo ha dichiarato stamani il ministro degli Esteri, Franco Frattini, al termine di un incontro con l’omologo tedesco, Guido Westerwelle. Anche l’Italia ritiene che il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite debba avviare un’inchiesta sotto l’egida delle Nazioni Uniti sulle gravi violenze dei diritti umani in Libia.

 

Di fronte a questa emergenza cresce anche la preoccupazione per l’arsenale chimico del Paese africnao. La Libia possiede ancora circa 10 tonnellate di iprite, o gas mostarda, nei propri arsenali, secondo Peter Caril, esperto di non proliferazione dell’Arms Control Association. Nel 2003, la Libia, rinunciando ai suoi programmi per le armi di distruzione di massa, ha accettato di distruggere 25 tonnellate di iprite e 3300 testate per le armi nucleari. E l’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche sta monitorando la distruzione. L’intero stock di bombe è stato distrutto con i bulldozer nel 2004. Il resto delle 10 tonnellate di iprite doveva essere distrutto entro la fine del 2010, ma alla Libia è stata concessa una proroga fino al 15 maggio di quest’anno. Tripoli ha ritardato la distruzione sostenendo che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non hanno mantenuto le promesse fatte, al momento dell’accordo che ha portato alla cancellazione della Libia del colonnello Gheddafi dalla lista degli ‘stati canaglia’, per la cooperazione scientifica e la costruzione dei reattori nucleari in Libia. Nel frattempo nel Paese nordafricano, dopo i violenti scontri di ieri, si combatte ancora. I ribelli, che da giorni provano a sovvertire il regime di Muammar Gheddafi, hanno respinto a Misurata l’offensiva delle milizie al soldo del colonnello, e avrebbero preso il controllo della città. La situazione è molto difficile anche a Tripoli e ad al Zawiyah. In quest’ultima città 23 persone sono morte e altre 44 sono rimaste ferite nell’attacco lanciato ieri dalle forze di sicurezza libiche. I leader della rivolta libica, inoltre, stanno inviando truppe per un’offensiva contro Tripoli. Secondo l’agenzia Irna, il figlio minore del leader libico, Saif al Arab, si sarebbe unito ai rivoltosi e starebbe combattendo contro le truppe guidate del padre a Bengasi.

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