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Crisi libica. Petrolio alle stelle. L’Italia scivola con Gheddafi

ROMA – La crisi libica ha causato la lievitazione del costo delle benzine: al Sud si è raggiunto il nuovo record di 1,576 euro al litro per la verde; il diesel è arrivato a quota 1,455.

L’Eni ha aumentato di 2 centesimi, e di conseguenza, per non essere da meno, gli altri distributori hanno a loro volta rincarato, chi più (IP, di 2,2 centesimi), chi meno (Q8, 1 cent.). (Fonte: quotidianoenergia.it).

E’ il consueto valzer: a disordini di vario genere in paesi esportatori (di gas, di greggio…), corrispondono spiaceri di vario genere nei paesi importatori. Un quarto del petrolio importato in Italia proviene dalla Libia, e considerando che nello stivale si estrae circa l’8 per cento del totale di  petrolio consumato, si deduce facilmente quanto le importazioni siano fondamentali.  Poco importa che la Libia non sia il maggior produttore di petrolio del mondo: nel 2009 era diciottesimo, producendo circa il 2% del totale, contro il 13 e il 12 % prodotti da Russia e Arabia Saudita, i primi due della ricca e per certi versi invidiabile classifica. Quello che conta è che sia il maggior produttore per l’Italia: più del 30% del greggio libico esportato  è  esportato qui da noi (siamo di gran lunga il maggior fruitore, più del doppio rispetto al secondo importatore, la Germania). Ecco spiegata la delicata relazione che ci lega (legava) a Gheddafi. (Per fortuna che il secondo paese da cui importiamo petrolio sia tranquillo e non a rischio disordini: l’Iran). Certo, i legami tra i due paesi, anche alla luce dei recenti accordi Berlusconi-dittatore, si traducono anche in altro (gas, edilizia…); tuttavia, un semplice dato rende l’idea di quanta rilevanza abbia l’oro nero nei rapporti commerciali tra i due paesi: nel 2009 l’Italia ha importato dalla Libia per un valore pari a 10 miliardi di euro, e 6,7 miliardi erano di petrolio.

La nostra quindi è una dipendenza che non poteva non portare ai rincari dei prezzi del carburante. Ciò nonostante, una precisazione è necessaria: il prezzo del carburante è così alto, perchè siamo in Italia.
Più del 50% del prezzo al consumo della benzina è composto da tasse. La composizione di queste tasse (perchè una tassa spesso è in realtà un insieme di tasse, un’opera di collage di imposte), è assai interessante: alcune furono introdotte temporaneamente, in occasione di eventi straordinari, per far fronte ad un momentaneo e urgente bisogno di soldi da parte dello Stato. Ecco quindi che, ‘compreso nel prezzo’ della benzina che paghiamo ora, nel 2011, sono previste: la tassa per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 (0,02 euro); la tassa per la missione in Bosnia del 1966 (0,01 euro); la tassa per il terremoto dell’Irpinia(1980); quella per il terremoto del Friuli (1976); di tassa in tassa, e di disastro in disastro, si arriva sino alla guerra di Abissinia, del 1935. Tutte queste imposte aggravano il prezzo (attuale) della benzina di 0,25 euro. Ovviamente, su queste tasse (che, ripeto, sono nate ‘temporanee’, ma si sono trasformate in ‘fisse’, nonostante le cause della loro introduzione siano venute meno), viene applicata una tassa, l’Iva, per un totale di 0,30 euro. Considerando che dal 1999 le Regioni hanno la facoltà di aggiungere ulteriori tasse ai carburanti, il pensiero che ci si scandalizzi per 2 centesimi in più fa quasi sorridere. Quasi.

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