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Il ricordo di Chernobyl. Un occhio a Fukushima e un altro al problema energetico

ROMA – A 25 anni di distanza da quel tragico evento il mondo commemora il disastro di Chernobyl. Il patriarca della chiesa ortodossa Kirill ha dato inizio alla cerimonia questa notte suonando le campane alle ore 1.23 locali.

Esattamente quando nella sala di controllo del reattore numero quattro, in quel lontano 1986, la temperatura superò di cento volte i valori normali e il surriscaldamento generò un’esplosione dagli effetti devastanti. I primi a morire furono gli uomini che si trovavano  nel reattore e i pompieri accorsi per spegnere l’incendio. Accuseranno sui loro corpi ustioni chimiche e moriranno lentamente fra dolori lancinanti e problemi respiratori. A pochi chilometri dal reattore la città di Pripjat’ verrà evacuata: migliaia le persone sfrattate a forza. Il governo sovietico mobilitò l’esercito e organizzò un convoglio di 1200 autobus per prelevarle dalle loro case. Dopo 10 giorni la nube radioattiva aveva già raggiunto gli Stati Uniti e l’Asia.

Il disastro di Chernobyl, secondo il rapporto dell’ UNSCEAR (Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti), ha provocato la morte di 30 lavoratori  e lesioni da radiazioni per oltre un centinaio di altri. Tra i residenti della Bielorussia, della Federazione russa e l’Ucraina, sono stati riscontrati, fino al 2005, più di 6mila casi di cancro alla tiroide in bambini e adolescenti che sono stati esposti al momento dell’incidente.  Ma la conta è lenta e può durare secoli. Perché il nucleare non sempre colpisce direttamente, spesso ama le morti trasversali. Più pericolose e più difficili da valutare. Il dato è di fatto contestato da Greenpeace che, sulla base delle statistiche oncologiche nazionali della Bielorussia, riporta i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl in 270mila, di cui 93mila letali, nell’arco dei settant’anni successivi all’incidente.

Da Chernobyl in Bielorussia a Fukushima in Giappone ci vuole poco a fare un legame. Questa volta non è stato un errore umano a causare la bomba, ma la natura. E di nuovo la questione nucleare è tornata al centro delle principali questioni politiche. “Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare è il futuro per tutto il mondo. È un destino ineluttabile” ha dichiarato Silvio Berlusconi nell’ambito del vertice bilaterale Italia-Francia. Dello stesso avviso il presidente francese Nicolas Sarkozy: “Il giorno in cui i nostri amici italiani decideranno di tornare al nucleare, la Francia sarà per l’Italia un partner accogliente e amichevole”.

La questione dell’energia è il principale problema dell’Italia che, dopo Chernobyl e il No referendario al nucleare, non ha fatto passi in avanti né in energie rinnovabili né in ricerca. Ad oggi importiamo quasi l’80% dell’energia che ci serve e lo scenario non sembra affatto mutare per il futuro. Eppure in passato si è investito molto. Su che fine hanno fatto quegli investimenti e perché non hanno prodotto il risultato sperato ce lo dice Giovanni Lelli, commissario Enea: “Gli investimenti italiani in questi settori, infatti, nonostante mostrino negli ultimi anni un apprezzabile tasso di crescita, persino superiore a quello degli Stati Uniti, secondo paese in termini di investimenti totali dopo la Cina, risultano sbilanciati a favore di progetti per la generazione di energia e presentano, invece, quote praticamente nulle destinate all’innovazione tecnologica. Si rende quindi necessario individuare politiche e strumenti in grado di attivare un vero e proprio processo di accelerazione tecnologica del nostro sistema energetico”.

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