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Siria. Il regime provoca una carneficina

DAMASCO – Ancora sangue, ancora vittime in Siria! Non accennano infatti a placarsi le contestazioni contro il regime di Bashar al Assad, così come non accenna a placarsi la repressione contro i manifestanti. Dopo il massacro che si è consumato venerdì scorso la tragica conta è salita dall’inizio della rivolta (15 marzo) a oltre 400 vittime. Le violenze sono ormai quotidiane, la gente è esausta ma non ha intenzione di fermare le proteste fino alla caduta del regime.

 

 

La polizia continua a sparare sui manifestanti che a gran voce, nonostante i bagni di sangue, non smettono di scandire l’ormai celebre slogan: “Il popolo vuole la caduta del regime!”. “Le nostre rivendicazioni sono pacifiche, e anche se ci uccidessero, le nostre anime usciranno dalle tombe sottoterra e invocheranno libertà!”, ha detto a oltre 2.000 residenti radunati in sit-in lo shaykh Anas Ayrut, uno degli Imam sunniti della città. Intanto l’esercito, sostenuto dai carri armati e dai cecchini appostati sui tetti, continua a colpire  il centro abitato di Deraa, sparando verso le abitazioni civili e contro “qualsiasi cosa si muova”. Di almeno 11 morti è il bilancio della repressione relativa alla sola giornata di oggi, ma in realtà i morti potrebbero essere molti di più di quelli attualmente ufficializzati. Anche ieri 25 siriani sono stati uccisi durante le operazioni di repressione condotte dall’esercito regolare di Damasco.

Nella città di Deraa, roccaforte delle proteste anti-regime, è stata tagliata la corrente elettrica, le linee telefoniche e la connessione internet. Mancano l’acqua, il latte per i bambini, i medicinali e il sangue per le trasfusioni per curare i feriti. La situazione è disperata e ancora una volta sono i civili, donne anziani e bambini a pagare il prezzo più alto di questa situazione. Il regime sembra infatti intenzionato a tener duro e dopo le promesse di riforme, sta mostrando il volto della repressione più bieca, cercando di mascherare con operazioni di controinformazione anche il vero senso di queste rivolte, che e’ quello di richiedere ancora una volta: pane, libertà e lavoro. Da ieri è stato chiuso il confine con la Giordania, considerata connivente con i manifestanti e contro il governo siriano. L’Ondus, l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, ha riferito che un dissidente siriano, l’ex deputato Mahmud Issa, arrestato il 19 aprile scorso,  poche ore dopo l’annuncio dell’abrogazione dello stato di emergenza in vigore per 48 anni, è apparso di fronte a una corte militare di Damasco con l’accusa di “contatti con entità straniere ai fini di diffondere informazioni false” sulla Siria. E’ stato inoltre accusato di possedere un telefono satellitare e un computer ( ! ) Prima di essere arrestato Issa aveva rilasciato un’intervista alla tv Al Jazeera, che il governo siriano ha accusato a sua volta di cospirare contro la sicurezza e la stabilità della Siria. Issa non è comunque l’unico arrestato, infatti nelle ultime 48 ore altri dissidenti e attivisti sono stati arrestati in varie città.

Una vera e propria carneficina si sta consumando sotto gli occhi di un occidente sicuramente preoccupato ma allo stesso tempo “cauto” e prudente anche nelle dichiarazioni. Nei giorni scorsi il Washington Post ha scritto un duro editoriale contro le “timidezze” dell’Amministrazione Usa ed Europea affermando che “massacri di queste dimensioni di solito provocano una forte risposta delle democrazie occidentali…… nel caso della Siria invece Obama ha denunciato la violenza ma è rimasto passivo senza di fatto premere per la partenza di Assad”.  Tuttavia, pur adottando una strategia “soft power”, gli Stati Uniti hanno fatto sapere oggi di essere pronti a sanzioni selettive e mirate contro il governo siriano.  I governi europei intanto sperano che una condanna posta in essere da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu possa porre fine a queste repressioni contro i manifestanti, ma di fatto al momento non esiste alcuna iniziativa utile a far scattare sanzioni contro il governo siriano.
Intanto sia il governo Britannico che Statunitense stanno predisponendo i piani di evacuazione dei loro cittadini prevedendo un aggravamento della situazione.

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