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ROMA – Il 9 maggio 1978, dopo quasi due mesi dal rapimento, avvenuto il 16 marzo, viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Il corpo è  accartocciato nel portabagagli di una Renault rossa, parcheggiata in via Caetani a Roma, esattamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci.

Sono passati 33 anni da quel giorno eppure le immagini sono rimaste indelebili nella mente degli italiani, e quelle immagini sono servite a far aprire gli occhi e a far uscire da un delirio che parlava di rivoluzione armata, fatta per tutto il popolo italiano, da uno sparuto numero di ‘eroi’ rivoluzionari.

Perché è inutile nascondersi dietro un ‘io no, ma figuriamoci’: fino al rapimento di Moro, vi era un movimento culturale che, in modo velato, plaudiva alle imprese dei terroristi. Tanto per fare un esempio ricordiamoci dei manifesti di Lotta Continua su Calabresi, veri e propri cartelli di incitamento all’assassinio, e così fu.
Dopo l’assassinio del Presidente democristiano tutto cambiò, quelle immagini del suo corpo ormai senza vita, raggomitolato in quella postura innaturale, risvegliarono la pietas di una generazione che per dieci anni aveva creduto di poter giudicare onnipotentemente, e di poter condannare coloro che aveva ‘catalogato’ come nemici della rivoluzione.

È inutile parlare di ‘servizi deviati’ che non volevano il famoso ‘compromesso storico’ tra Dc e Pci; è anche fuorviante fare inutili onanismi mentali sul motivo per il quale Aldo Moro fu condannato a morte anche dai politici del suo partito, o parlare di P2. Tutto questo fa parte della verità, ma non è la verità su questo assassinio. Fermarsi o trincerarsi dietro queste mezze verità non porta a niente, e certamente non porta a capire profondamente  dove è maturato questo delirio psicotico che ha portato a questa tragedia umana.

Si è parlato di dieci anni perché tutti dovrebbero sapere che quel delitto è radicato nel fallimento del ’68. Coloro che avevano creduto che scandendo slogan contro il capitalismo, togliendosi il reggiseno, e scopando senza un coinvolgimento affettivo con la prima donna che si incontrava, sarebbe cambiata radicalmente la realtà politica e sociale, presto si resero conto che non era vero, era stata solo un’illusione. Molti rientrarono subito nei ranghi vedi un Giuliano Ferrara militante in Lotta Continua, molti finirono nella droga e nel suicidio, altri, pieni di rabbia, scelsero di portare avanti una rivoluzione che era morta nella culla nella quale era nata, perché non possedeva né una teoria sulla realtà umana, né una vitalità che potesse sostenere una lotta pacifica.

Questi pochi deliranti credettero che la realtà politica e sociale fosse la stessa degli anni della resistenza partigiana, ed agirono di conseguenza. E non dimentichiamo che fino a quel 9 maggio molti, moltissimi, li seguirono in vari modi che vanno da una generica simpatia ideologica a vere e proprie connivenze e complicità. E su questo si deve fare i conti se ci si vuole veramente separare e superare sia gli ‘anni di piombo’, sia molti aspetti inquietanti del ’68.

Come al solito tocca agli artisti raccontare il senso più profondo degli accadimenti di quegli anni. Ci sono alcuni film che raccontano meglio degli storici tutti i passaggi che portarono la lotta politica iniziata nel  ’68, fino alle estreme drammatiche conseguenze. Due film tedeschi raccontano, meglio di chiunque altro soprattutto la stolidità e l’anaffettività dei partecipanti alla lotta armata: ‘Gli anni di piombo’ della Von Trotta e ‘La banda Baader – Meinhof’  di Uli Edel.
Poi c’è un grande film di Marco Bellocchio, “Buongiorno notte” che indaga le vicenda del rapimento e dell’uccisione di Moro, con lo sguardo di chi in quegli ambienti ‘rivoluzionari’ c’era entrato e ne era, ‘fortunosamente’, uscito per il rotto della cuffia. Il film di Bellocchio è importante soprattutto perché mostra i terroristi che uccisero Moro sia nella loro ‘normalità’ cattolica, mentre pregano prima di cenare, sia nella loro feroce, ideologica, fredda pazzia, quando prendono la decisione di uccidere lo statista. Il film, che prende il titolo da una poesia di Emily Dickinson, ‘Buonanotte mezzanotte’, ha dei guizzi di poeticità e di onirismo, soprattutto quando fa vedere Aldo Moro, liberato da una terrorista, camminare libero e felice in un’aurora che riempie la periferia romana di luce.
A noi ci piace separarci così da Aldo Moro, mentre avanza libero, immerso nell’ancora tenue luce del giorno.

Buongiorno, mezzanotte.
Torno a casa.
Il giorno si è stancato di me:
come potevo io – di lui?
Era bella la luce del sole.
Stavo bene sotto i suoi raggi.
Ma il mattino non mi ha voluta più,
e così, buonanotte, giorno!
Posso guardare, vero,
l’oriente che si tinge di rosso?
Le colline hanno dei modi allora
che dilatano il cuore.
Tu non sei così bella, mezzanotte.
Io ho scelto il giorno.
(..)

Emily Dickinson

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