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RAVENNA – Come trentatré anni fa! Quando fu ritrovato – sdraiato sopra una carica di tritolo – sui binari della ferrovia. Come trentatré anni fa, l’omicidio di Peppino Impastato, morto ammazzato dalla mafia è passato in secondo piano nelle celebrazioni ufficiali, quelle paludate e un pò pallose dei “vertici delle istituzioni”.

Sacrificato, il suo ricordo: allora sull’altare dell’omicidio di Aldo Moro, fatto ritrovare, proprio il 9 maggio del ’78, dalle BR che lo avevano ammazzato – come in una macabra “caccia al tesoro” –  in una via di Roma (Michelangelo Caetani) esattamente equidistante dalla sede del PC e della DC; Oggi, in nome della difesa di quella magistratura – attaccata da governo e maggioranza – i cui uomini migliori hanno pagato a caro prezzo il loro giuramento di fedeltà alla Repubblica e alle sue “Istituzioni”, “in un momento della storia italiana in cui – come ha ricordato il Presidente Napolitano – per fare il proprio dovere, ci voleva un coraggio”.

Non una parola, non un gesto ha ricordato quel ragazzo di trent’anni, morto ammazzato dalla mafia perché la mafia, lui, l’aveva maltrattata, ridicolizzata, contrastata, combattuta, a partire da suo padre Luigi, fedelissimo di quel Gae“Tano” Badalamenti la cui casa distava dalla sua appena “Cento Passi”. Un destino amaro quello di Peppino che, dopo essere stato fatto passare per un terrorista, morto nell’esercizio delle sue funzioni, ha dovuto aspettare più di 23 anni per vedere condannati i suoi assassini: Vito Palazzolo, l’esecutore materiale e “Tano Seduto” (così Peppino sfotteva Badalamenti da “Radio Aut” e dalla trasmissione “Onda Pazza”), il mandante rispettivamente a 30 anni di reclusione e all’ergastolo.

Un destino amaro, dicevamo, perché nonostante i numerosi attestati di stima della povera gente; dei siciliani onesti; di chi la mafia la combatte, come lui, in prima linea, il giorno dell’anniversario della sua morte, cade il silenzio sulla sua memoria, sul suo sacrificio ma, soprattutto, perché il suo nome è ancora oggi motivo di divisione.

Come a Ponteranico, nella bergamasca, dove ancora oggi – dopo due anni e molte manifestazioni di piazza – il sindaco leghista, Cristiano Aldegani, non ha ancora provveduto a ripristinare la “targa” commemorativa, che il suo predecessore aveva fatto apporre nella biblioteca comunale il giorno in cui fu intitolata al giovane attivista di DP.

Un atto ancor più ingiustificabile soprattutto dopo che, il superiore provinciale dei “Padri Sacramentini”, l’ordine religioso di padre Giancarlo Baggi a cui il sindaco ha voluto intitolare la biblioteca espropriata a Impastato ha preso le distanze dalla decisione.
Padre Santi Rizieri, infatti, già due anni fa aveva tenuto a precisare che “la Comunità dei Padri Sacramentini riconosce e stima l’operato che contraddistinse il lavoro di padre Baggi, ma non può approvare che la memoria di un confratello sia usata in una logica di contrapposizione e di divisione, tanto più se questa contrapposizione riguarda un testimone di giustizia come Peppino Impastato, ucciso per il suo impegno civile. I religiosi sacramentini – concludeva la nota di padre Rizieri, il 12 settembre 2009 – auspicano dunque che la biblioteca comunale torni ad essere dedicata a Peppino Impastato, fiduciosi che l’Amministrazione comunale riuscirà a trovare soluzioni alternative per ricordare l’opera di padre Baggi”.

Cose dell’altro mondo che solo in Italia possono accadere. Fortunatamente, come detto, le persone comuni, le tante associazioni di cittadini, gli studenti e i loro docenti continuano a tenere desto il ricordo di Peppino e, anche quest’anno, molte sono state le iniziative svolte per ricordarlo. Quelle che più ci ha colpito e che ci piace evidenziare sono la serie d’incontri, che culmineranno stasera, organizzati dai ragazzi del movimento giovanile di “Sinistra Ecologia e Libertà” di Vasto che, facendola propria, hanno voluto mettere al centro delle loro iniziative la frase che Roberto Benigni aveva dedicato a Roberto Saviano, lo scorso 8 novembre durante la puntata di “Vini via con me”.

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro – disse in quella sede l’attore toscano parafrasando “per un pugno di dollari” –  l’uomo con la pistola è un uomo morto perché la biro da l’eternità”.  Condividiamo con Benigni e i ragazzi di Vasto tale certezza ma come sarebbe bello se i nostri rappresentanti, almeno per una volta, la condividessero con noi. Speriamo nel prossimo anniversario. Nel frattempo, almeno noi diciamo: “Grazie Peppino! Non ti dimenticheremo”.

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