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Rimane alta la tensione e l’allerta in Palestina. Ieri per la commemorazione della “Naksa”, a 44 anni dalla sconfitta dei paesi arabi nella “Guerra dei sei giorni” contro Israele, 23 civili sono stati ammazzati dall’esercito israeliano e oltre 350 feriti perché tentavano di attraversare il confine dalla Siria verso le Alture del Golan, occupate da Israele durante la guerra e annesse dallo Stato ebraico nel 1981. 

Condannata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’annessione non fu mai riconosciuta dalla comunità internazionale, che la considera “Occupazione”, quindi illegale sotto il profilo del diritto internazionale.
Dopo le violenze di ieri oggi è stata una giornata calda per le ambasciate. Lo Stato ebraico nega di aver esagerato nella reazione militare contro centinaia di manifestanti pacifici. Il portavoce dell’IDF (l’esercito di difesa) sostiene che almeno dieci decessi sono stati causati dall’esplosione di mine anticarro siriane. Le restanti vittime sono state ammazzate perché volevano abbattere la recinzione ed attraversare il confine. Sappiamo infatti che Israele non permette a gran parte dei rifugiati in Siria, di tornare nella propria casa e nella propria terra, occupate e confiscate nel rispetto delle più alte pratiche di democraticità per cui spesso il paese levantino è vantato dall’Occidente.

Il quotidiano Haaretz afferma che le autorità israeliane, per voce del Ministro degli esteri Lieberman,  stanno prendendo in considerazione una denuncia alle Nazioni Unite contro la Siria, sottolineando “la manipolazione dei propri cittadini per provocare violenti incidenti alla frontiera”. Lieberman accusa il presidente siriano Bashar Al Assad, di provocare scontri per distogliere l’attenzione internazionale dalla sanguinosa repressione delle proteste che minacciano il suo regime da metà marzo. L’attacco “rivela la realtà del terrorismo di Stato praticato da Israele”, ha detto il ministero degli Esteri siriano.

 

Sembra meschino e biecamente opportunista l’uso che lo Stato ebraico  fa (e gli viene concesso di fare) della Comunità Internazionale, ricorrendovi a proprio uso e consumo in nome di una democrazia irretroattiva a senso unico. Basti pensare che uomini fiore all’occhiello della Comunità Internazionale come Nelson Mandela, hanno accusato il razzismo di Stato Israeliano (non ultime le due leggi approvate dalla Knesset spiccatamente discriminatorie). Ma anche le accuse di Mandela vengono insabbiate dalla retorica e dalla produzione narrativa occidentale che si ostina a propinarci la favoletta dell’unica democrazia del Medio-oriente. Cosa cambia tra un manifestante ammazzato in Libia ed uno in Palestina? Basti pensare alla posizione di montante imbarazzo in cui si trova l’amministrazione Obama: per evitare la tragedia dell’anno scorso, quando nove attivisti internazionali a bordo della Freedom Flottilla in rotta per portare assistenza umanitaria a Gaza furono uccisi in acque internazionali dalla marina israeliana, i diplomatici statunitensi stanno facendo offerte alla Turchia per bloccare la partenza della Flottilla (barattandola con il “privilegio” di ospitare un summit Israelo-Palestinese).
Nel solo mese di Maggio 2011, 370 cittadini palestinesi (tra cui circa 40 minori) sono stati arrestati dalle forze d’occupazione, nel corso di 540 operazioni condotte con assalti e violenze in varie aree dei Territori occupati.  Dal 2010, 760 bambini sono stati arrestati e oltre 1200 sottoposti ad interrogatorio. Ma la crudeltà non si placa: due palestinesi di Gaza sono stati arrestati presso il valico di Beit Hanoun (Eretz), mentre si recavano fuori dalla Striscia di Gaza per curare il tumore di cui entrambi sono affetti.

 

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