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Loro sono coetanei, sposati da più di quarant’anni, in pensione, nonni e da sempre in guerra, ma resistono entrambi alla separazione inorriditi dalla solitudine. Hanno messo  in scena un copione per decenni limando, col passare degli anni , ogni minima imperfezione giungendo ad una fluida rappresentazione dell’odio e del rancore. Hanno amalgamato i loro lati oscuri fino a costruirne uno nuovo col suo codice segreto inviolabile, inestinguibile. Maestri nell’ offendersi felicemente. Non saprebbero dove andare, come vivere se uno dei due abbandonasse il palcoscenico della loro esistenza domestica.

Lei è molto più grande di lui per anni e talenti. Lei è un’artista disordinata e sensibile. Lui tace, oscura, macera il suo scontento, rumina le sue delusioni tutte rivolte al’ esterno  escludendosi comunque e sempre dalle minime responsabilità. Lui, rende pesante la sua e la vita di altri, bruciando i suoi capricciosi desideri, infantili aspettative all’ interno di uno stomaco privo di peli che si dilata man mano che passa il tempo e si aggiungono le miserie e l’invidia che occupano i suoi pensieri. Lui si vede al disopra di ogni sospetto,  poeta  gentile,  unico esemplare rimasto del sacro unicorno, incompreso e geniale scrittore di pagine lasciate vergini per l’eternità; un essere speciale che illumina ciò che la sua debole vista sfiora, che la sua mente mediocre contempla mentre, in realtà, sta sbavando per un nuovo modello di cellullare o stregoneria elettronica appena uscita sul mercato.

Lei, caduta nella trappola dell’ insperata  giovinezza , non sa leggere il silenzio fra le parole ed è divenuta sorda all’evidenza. Entrambi dipendenti da bisogni patetici che nessuno dei due confesserà mai in realtà un collante appiccicoso per un rapporto instabile e perennemente doloroso. Nevrosi irrinunciabili che si cibano d’insoddisfazione e solitudine reciproche  che si pensano  e si tacciono.

Lui è un anatroccolo mai divenuto cigno, ex poeta, ex contestatore on the road, insofferente, ribelle, nemico della borghesia privilegiata , dell’ ordine, delle abitudini, usanze, regole, che ora a quarant’anni si è impiegato in una fabbrica di armi da guerra, si è sposato con i fiori, il lancio del riso, il pranzo da 20 portate e la torta alla panna con i due sposi di marzapan sull’ultima piattaforma. Terrore dell’innegabile solitudine di chi pratica la coerenza e rispetta davvero la propria libertà .

C’è un uomo con la barba bianca, curata seduto sulla panchina di un giardino pubblico. Guarda assorto i bambini che si rincorrono, gridano e le madri che parlano fra loro. Lui, non ha famiglia, nipoti e pensa ogni giorno alla donna che ama in silenzio da cinquant’anni e che non lo ha mai saputo. Pensa alla semplicità della sua vita, la limpidezza dei suoi pensieri e delle sue emozioni, pensa alla tranquilla passione che si è fatto strada nella sua vita senza creare scompensi ne disagi,  pensa che più tardi tornerà a casa e  mangerà un frutto, si metterà seduto sulla vecchia sedia col sedile di paglia mangiucchiata dal tempo e , respirando piano, si tufferà in un mare  profondo di consapevolezza, ascoltando la bellezza della propria solitudine ed intimità con se stesso facendo suo il finire di un altro giorno, il guaire di un cane troppo solo e non ancora umano, una macchina che torna a casa, una persiana che si chiude frettolosamente per ingannare, il buio e  la notte. E sarà davvero solo nella pienezza della sua  vita, nel silenzio di una scelta onesta. E penserà che lo stato di grazia che lo abita si possa chiamare amore.

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