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ROMA – Dopo 27 anni a Pontida l’unica voce che si leverà dal palco sarà quella del Senatur, il leader indiscusso della Lega Nord, colui che all’inizio della carriera incitava gli elettori con il solito ritornello: “Noi ce l’abbiamo duro”.

Tuttavia oggi l’unica cosa dura che rimane è la decisione da prendere sul come risollevare le sorti di questa disastrata maggioranza, le cui macerie dopo le amministrative e il referendum, sono cadute anche nel profondo nord. La sicurezza di una vittoria sulle riforme non c’è più e il popolo padano  sta vedendo i sogni infrangersi giorno dopo giorno. Ma si sa, quando si arriva negli alti scranni della politica succedono tante cose e altrettante vengono dimenticate con strabiliante facilità. Insomma il gioco delle convenienze costellate dalle mille contraddizioni resiste a tutto. Perfino Gianluigi Paragone da quando è entrato nel tempio di Viale Mazzini è più buono, più accondiscendente, addirittura più tollerante. Sulla Padania non si leggono più i suoi editoriali  al vetriolo, magari contro l’Europa e le unioni gay, come nel 2006 quando titolò un pezzo: “Tutto cominciò misurando il pisello”.

D’altra parte a Palazzo non si sta mica così male e anche i vecchi rancori alimentati dall’ardore di un tempo finiscono per sbriciolarsi come castelli di sabbia. Altro che “Roma padrona la Lega non perdona”. Insomma siamo tutti più buoni, almeno apparentemente, se il detto “Tu dai qualcosa a me e io a te” funziona. Ogni tanto è d’obbligo fare l’uscita azzeccata, velatamente o sfacciatamente a seconda del caso, purchè contenga gli ingredienti giusti per discriminare  il debole di turno, per far sentire la propria supremazia sul “diverso”.
Una strategia che spesso fa provare quel senso di profonda vergogna al quale molti non si sono mai abituati, specie  di fronte al resto dell’Europa e nei paesi, in cui succede si professi e si pratichi  la democrazia; ma è lo zuccherino necessario a rinvigorire le camice verdi.

Il problema è che la Lega oggi è in una posizione difficile: sul filo del rasoio all’interno di una compagine politica che non c’è più, che non cavalca  l’onda del consenso elettorale come un tempo, anzi perde i pezzi come un’auto in fuga nei film comici degli anni ’50. Bossi ha lanciato il solito ultimatum al Cavaliere affinchè siano avviate politiche concrete sul fisco, tagli ai costi della politica, riforma del patto di stabilità interno, riforma della legge elettorale, stop alla missione in Libia, senato delle autonomie, linea dura sugli immigrati e manovra e legge elettorale.  Perfino gli elettori leghisti si erano accorti che l’agognata indipendenza padana era diventata una strada tortuosa, tutta in salita e difficile da percorrere, anzi per i pessimisti  una mera chimera. Ma,  “indipendenza da chi?” viene da chiedersi visto che oggi  la Lega è al governo con tanto di Ministri, deputati e senatori  al seguito. Non c’è che dire, le contraddizioni sono dure a morire ed è altrettanto  duro ammettere di essersi sbagliati sulla scelta dei proprio partner.

Forse per questo motivo sarà il leader del Carroccio l’unico a prendere la parola dal palco di Pontida. Una scelta inaspettata, probabilmente giunta dopo un accurato confronto.  E se parlassero anche gli altri esponenti  c’è il serio rischio di creare confusione al popolo leghista che probabilmente sta iniziando ad assaporare la bruciante sconfitta. D’altra parte è  dura ritrovarsi sul carro del perdente a mani vuote, specie quando si è assaporato la comodità delle poltrone di Montecitorio.

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