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Ristorni frontalieri. La svizzera non “molla” i 54,7 milioni di euro all’Italia

MILANO – Continua il braccio di ferro tra Svizzera e Italia. Oggetto del contendo sono i 54,9 milioni di franchi, cioè 54,7 milioni di euro, dovuti ai comuni di confine Italiani.

I ristorni sono contributi di tutti i lavoratori italiani, circa50 mila, che versano alla fonte, cioè direttamente trattenuti dalle buste paghe dai datori svizzeri, come se fossero residenti confederati. Di questi contributi, rientra nelle casse italiane solo il 38,8% con la giusta motivazione che  i lavoratori usufruiscono di servizio sanitario, pensionamento, istruzione, giustizia e polizia del nostro paese. Percentuale che gli svizzeri intendono ridiscutere e portare al 12%. L’erogazione è prevista entro sabato 25 giugno, ma è possibile che il consiglio di Stato decida anticipatamente se perseguire la strada del fermo oppure accreditare il denaro. Il pressing ha l’intento di costringere il nostro paese a cancellare la Svizzera dalla black list  tanto voluta da Tremonti.

La lega ticinese contesta disparità di trattamento
La confederazione elvetica rivendica e contesta una “disparità di trattamento”, infatti, il  Consigliere nazionale della lega dei Ticinesi, Lorenzo Quadri, fa notare che il recente accordo tra Singapore e Italia non prevede in automatico lo scambio d’informazione bancario. La mozione del blocco è stata sottoscritta dalla lega ticinese e il Plr. Ora la parola passa al Consiglio di Stato se perseverare o meno con il congelamento del denaro.
La Deputazione ticinese alle Camere Federali è contraria al blocco in quanto teme ritorsioni dal “ducetto” soprannome dato a G. Tremonti dai leghisti svizzeri. Questa spaccatura, come sottolinea Lorenzo Quadri, è in contrapposizione alla maggioranza del Gran Consiglio e indebolisce fortemente l’azione di pressing che potrebbe inflazionare ulteriormente il sud Svizzero (Ticino) offrendo la possibilità di “non procedere” quindi, con il pagamento dei 54,7 milioni di euro.

Le regole dei ristorni
I ristorni sono soggetti a regole stabilite nel rapporto bilaterale italo-Svizzero che risale al 1974 e prevedono: 70% investimento in opere pubbliche, 30% alla copertura della spesa pubblica.

L’ansia dei comuni confinanti
Intanto i comuni di confine iniziano a pensare come rimediare al mancato introito. Alcuni comuni stanno valutando l’introduzione dell’addizionale Irpef e in altri, il rincaro della già esistente, introdotta in momenti bui.
Il sindaco di Masilianico, M. Luppi, ha comunicato che 260 dei 3372 residenti nel suo comune, è frontaliere; lavoratori che portano alle casse comunali un entrata di 121 mila euro  all’anno, cioè 817 euro a lavoratore.
È facile comprendere come l’annuncio del Ministro ticinese Marco Borradori della lega Svizzera, abbia gettato preoccupazione tra i sindaci del territorio di confine lombardo.

Il silenzio del governo italiano
Intanto nelle terre di confine non c’è difesa ne per i lavoratori ne per le istituzioni comunali che in questo frangente temono uno sbilancio grave dei conti comunali.
Grande silenzio della Lega Nord che ha sempre propagandato grande attenzione per i lavoratori padani e nulla di detto anche dal Ministro G. Tremonti, che al momento sembra avere delle urgenze più impellenti.

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