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Spezzare le catene dell’illusione

In certi luoghi della penisola come in una chiesa, a tavola o sulla spiaggia, si perpetuano ancora privilegi e riti venuti da un lontano passato. Tutt’oggi le famiglie blasonate, potenti e ricche da più secoli “comandano” ancora protette da una legge che non porta nessun numero ma soltanto il peso del passato. All’interno di palazzi bui il rimbombo di voci fra mura spessissime si conservano i cerimoniali.

Il padrone è seduto a capotavola di un desco che occupa uno spazio grande quanto la stanza stessa e viene servito per primo. La consorte lontana, all’altro capotavola aspetta che abbia preso i bocconi migliori di tutte le pietanze.

La consuetudine dell’aspettare è l’inesauribile sorte delle donne: l’accettazione della sottomissione all’uomo, antico condizionamento che protrae la nostra incapacità di vivere davvero pienamente libere. L’amore, come preferiamo chiamarlo e le sue conseguenze somiglia in qualche maniera all’immagine di un gigante di sabbia che ci tiene in pugno. Una storia indiana racconta di un elefantino legato al tronco mozzato di un baobab. Divenuto adulto, l’elefante non capii mai che con un solo strattone avrebbe potuto ritrovare la sua libertà. Finché non spezzeremo la catena dell’illusione continueremo ad aspettare un principe e subirne l’incombenza.

Sulla spiaggia la vecchia marchesa spadroneggia. Inveisce contro il bagnino che avrà pressoché la sua età che non ha aperto l’ombrellone, spazzato la sabbia sul lettino e che non prende le borse stracolme che lei gli tende e non l’accompagna fino al posto che le è riservato ogni estate da decenni. Indossa un cappellino anni venti di cotone e corda intrecciati con un risvolto che le incornicia il viso verdastro dai lineamenti contratti. Gli occhi e la bocca sono tre fessure serrate.

Sua figlia, altrettanto sfiorita gioca con una consolle che ogni tanto emette stridenti suoni di spari e lei esulta – forse perché ha vinto un’altra guerra – mostrando gli incisivi gialli come quelli di un cane
rabbioso mentre la madre stringe tra le mani nodose la settimana enigmistica senza mai rispondere a nessun quesito. Madre e figlia non smettono di sparlare di persone che fanno parte della loro vita di donne sole e vendicative con una sola voce, le loro così identiche e stridule per disarmonia e sgradevolezza. Somigliano a due spaventapasseri in un campo abbandonato fra il cielo e la terra con le loro vesti antiche sbiadite dalle stagioni trascorse all’aperto, le ossa sporgenti come pezzi di legno secco.    

Più in là sulla sabbia una zitella dalla faccia rubiconda se ne sta all’ombra e maneggia piccoli ferri d’acciaio intrecciando con stupefacente abilità fili e fili di cotone perlato. Potrebbe essere stata una suora, figlia ultima di una nobile famiglia decaduta di quelle che in chiesa hanno i banchi lucidi in prima fila da generazioni nella cattedrale. Potrebbe avere avuto voglia di mare tanto da abbandonare il velo e le mura spesse di un edificio scuro e troppo esposto ai venti. Lavora all’uncinetto ininterrottamente ma il suo sguardo chiaro è posato sul mare e segue il disegno delle onde che si susseguono all’infinito con un sorriso assente, persa forse nei ricordi di una giovinezza passata in fretta accarezzando l’immagine di un amore segreto senza età.
Chiudo gli occhi per fermare la mia immaginazione e mi concentro sullo sciabordio delle onde per allontanare le voci squillanti dei bagnanti, dei bimbi che non vogliono uscire dall’acqua turchese e lentamente vengo assorbita in uno stato onirico abitato dal vento, da velieri bianchi che solcano onde scure senza far rumore laddove il mare diventa cielo, laddove il cielo diventa mare senza tempo.

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