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In Norvegia va in scena la follia omicida. 91 morti. Bandire l’estremismo di destra

ROMA – Odio, sangue,  brutalità e follia. Sono questi gli elementi che emergono dal duplice attentato di ieri a Oslo e sull’isola di Utoya costato la vita a 91 persone innocenti. La Polizia ha arrestato ieri sera uno dei responsabili, ma è alla ricerca di una seconda persona, perchè stando alle testimonianze dei sopravvissuti avrebbero agito almeno in due.

E mentre si tenta di far luce su questo attentato che lascia sgomenti, spuntano nuovi elementi sull’identikit di colui che ha scatenato questo inferno di sangue: il 32enne norvegese, Anders Behring Breivik. L’ultranazionalista, che da qualche tempo si era trasferito  in campagna a circa un centinaio di chilometri dalla capitale con la scusa di fare l’agricoltore  presso la Breivik Geofarm, un’azienda agricola di cui sarebbe unico proprietario.  Solo in questo modo avrebbe potuto acquistare lo scorso 6 maggio – com’è stato confermato dagli inquirenti locali –   le 6 tonnellate di fertilizzanti e gli ingredienti necessari per confezionare la bomba esplosa in pieno centro.
Eppure l’inquietante ragazzo biondino aveva dato dei segnali di forte squilibrio già in passato. A partire dalla sua partecipazione a quei gruppi nazionalisti, che viste le loro mire dovrebbero essere chiusi sul nascere ed i loro adepti  messi in un istituto psichiatrico per placare il fanatismo contro il”diverso” di turno, come spesso accade.

Qualche segnale allarmante il giovane norvegese le aveva lasciate anche sulla bacheca di Twitter già qualche giorno fa, postando una citazione del filosofo inglese, John Stuart Mill: “Una persona con un credo ha altrettanta forza di 100.000 persone che non hanno interessi”. Insomma, Anders Behring Breivik non era certo uno di quei tipi che fa di tutto per nascondere il suo folle credo e, probabilmente, si sarebbe potuto fermare se qualcuno in tutta Europa iniziasse a prendere più in considerazione  questi gruppi di estremisti che professano la violenza e la discriminazione come unico strumento per risolvere le loro frustrazioni collettive nonchè individuali.

E quella di ieri è stata una vera e propria carneficina, apparentemente immotivata per una mente sana, che proprio sull’isola di Utoya il giovane Anders ha messo in atto  come una scheggia impazzita, infierendo a colpi di fucile su decine di giovani terrorizzati, pietrificati dalla efferatezza del loro carnefice. Almeno 84 persone sono rimaste uccise, altri si sono salvati fingendosi morti, altri ancora si sono lanciati in acqua sfiorando i proiettili che avrebbero potuto fermare la loro ultima fuga.

Oggi sono tutti pronti a puntare giustamente il dito sul terrorismo, da qualunque parte provenga. Ma questo seme dell’odio non è cresciuto nelle casbe dal medio oriente, non ha nulla a che fare con presunte guerre sante, ma le sue radici sono state piantate proprio qui nel nostro ovattato mondo occidentale e sta crescendo in assenza di politiche che impediscano la nascita categorica a quei gruppi estremisti che si rifanno a ideologie di vecchi regimi nazisti, a simbologie adottate durante il terzo reich. E tutto accade in un clima di normalità, che in questo caso diventa accettazione incondizionata. Poco tempo fa  proprio un articolo del francese Liberation ci mise in guardiasulla nascita di questi gruppi estremisti in Europa, che continuano a proliferare indisturbati. Un fenomeno – scriveva l’editorialista Bernard Guetta – che potrebbe costarci caro.
Insomma meglio non dimenticare troppo facilmente che questo attentato in piena regola è maturato all’interno del nostro mondo. Non preoccupatevi non ci saranno partenze di eserciti verso terre sconosciute per stanare quei gruppi che mettono a rischio le nostre vite, perchè il pericolo questa volta è dentro casa: la nostra.

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