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SLA: studio americano conferma che gli astrociti ‘avvelenano’ il motoneurone

Accade sia nella forma sporadica che in quella familiare

ROMA – Ancora un successo nella ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Se per questa malattia non si è ancora trovata una terapia efficace sembra, però, che ci si avvicini sempre di più a comprenderne i meccanismi patogeni, un passo fondamentale per poter poi sviluppare terapie.  Dopo lo studio pubblicato pochi giorni fa su Nature da un gruppo di ricercatori americani, ora a gettare nuova luce sulla patogenesi è un nuovo studio, anche questo americano, recentemente pubblicato su Nature Biotechnology. Isolando le cellule del tessuto spinale di pazienti deceduti da pochi giorni, un team di ricercatori finanziati dal National Institutes of Heath (NIH) ha sviluppato un nuovo modello per la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Attraverso questo procedimento i ricercatori hanno dimostrato  che  le cellule chiamate astrociti (cellule della glia, che costituiscono il sistema nervoso unitamente ai neuroni) secernono fattori tossici che causano la disgregazione delle cellule nervose. In passato lo stesso risultato era stato riscontrato su un modello murino, applicato unicamente alla SLA di tipo familiare, forma che rappresenta però solo una piccola percentuale di casi. I ricercatori del NIH hanno ora analizzato gli astrociti derivanti da pazienti deceduti per entrambe le tipologie di SLA, confermando così il  loro ruolo per tutte e due le forme della malattia.

Per questo tipo di sperimentazione sono state isolate le cellule neurali progenitrici dal tessuto dei pazienti, e indotte a trasformarsi in astrociti. Successivamente il team ha combinato gli astrociti derivanti dai pazienti umani con i motoneuroni murini. In un primo momento i motoneuroni sono cresciuti normalmente ma dopo 4 giorni si è avviato il processo degenerativo. 
Dopo 5 giorni il numero di motoneuroni era ridotto alla metà rispetto al gruppo di controllo. 
I risultati sono stati molto simili sia che si trattasse di colture provenienti da pazienti affetti da SLA familiare che sporadica. Ciò suggerisce che gli astrociti abbiano rilasciato una o più sostanze, ancora sconosciute, tossiche per i motoneuroni.
Probabilmente, si afferma nello studio, anche le risposte infiammatorie sono una variabile nella SLA. I ricercatorii, infatti, hanno analizzato 84 geni coinvolti nel processo infiammatorio, riscontrando che il 35-60 per cento degli stessi ha mostrato un incremento dell’attività negli astrociti dei pazienti affetti da SLA. Studi precedenti avevano dimostrato che la mutazione del gene SOD1, che codifica la superossido dismutasi, gioca un ruolo importante nella tossicità degli astrociti. Alla luce dello studio in questione dunque il gene SOD1 ha un ruolo importante nella progressione della SLA.

“E’ stata una strada lunga, ma il lavoro duro inizia adesso – ha commentato Brian Kaspar, ricercatore del Reserch Institute del Nationwide Children di Columbus, Ohio, che ha coordinato lo studio – Dobbiamo ancora affrontare le questioni fondamentali su quanto accade agli astrociti e su come siano in grado di uccidere i motoneuroni. L’obiettivo finale è quello di identificare terapie che si possano applicare agli esseri umani”. I tessuti umani da cadavere per questo studio sono stati forniti dal National Disease Reserch Interchange, un’organizzazione no profit che consente di donare i tessuti a scopo di ricerca.

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