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Non chiamatelo più 007. Oggi il suo nome è analista d’intelligence. Ma chi è e cosa fa?

ROMA – L’analista di intelligence è una figura che riceve rapporti e dati grezzi, raccolti attraverso i diversi canali informativi o elaborati in maniera essenziale, li integra con le informazioni che già possiede e si occupa di trasformarli in materiale adatto ad essere compreso ed utilizzato da parte del livello direttivo, da parte cioè di quelle figure che all’interno di un organizzazione si occupano di definire strategie e di effettuare scelte; ovvero, secondo la definizione precedente, è la figura che trasforma l’informazione in intelligence.

La figura dell’analista oggi sta acquistando un ruolo di sempre maggior rilievo all’interno del ciclo di intelligence poiché la nostra società è sempre più ricca di informazioni di facile accesso ma spesso di difficile interpretazione; ecco perché è necessario che, vista l’abbondanza di dati, l’analista acquisisca nozioni metodologiche e tecnologiche sempre più raffinate per poter svolgere il proprio lavoro nel migliore dei modi.

L’analista, sia per le competenze che per le mansioni, non è più il tradizionale agente investigativo, e  il prodotto di intelligence  elaborato dall’analista è orientato verso molteplici ambiti di interpretazione che si possono così elencare:                                                                                                                                              
– prevenire brutte sorprese all’organizzazione di appartenenza fornendo servizi di early warning – supportare il processo decisionale – individuare e mantenere sotto controllo i competitors  – contribuire a sviluppare strategie efficaci
– svolgere un ruolo chiave nella raccolta e nel reporting delle informazioni Il processo di analisi deve svilupparsi secondo tre momenti distinti: descrizione, spiegazione e previsione, gli stessi del metodo scientifico; le differenze fondamentali tra il lavoro di ricerca scientifica e quello di analisi di intelligence sta nell’approccio, generalista nel primo caso ed analitico del particolare nel secondo, e la figura dell’analista è dunque inserita nel cosiddetto ciclo di intelligence in maniera integrata.

Si parte dalla fase di richiesta: i decisori politici o aziendali determinano una domanda in base alle loro necessità strategiche; dopo una fase di planning – in cui si decidono le strategie di acquisizione dell’informazione – segue una fase di raccolta; quindi, una volta che si è giunti in possesso delle informazioni necessarie, si prosegue con le fasi di analisi di produzione dell’intelligence vera e propria, che verrà distribuita  ai richiedenti ma anche a tutte le altre strutture che si suppone possano trarne vantaggio. Da ciò si evince che l’analista partecipa al ciclo in diversi punti, non soltanto nell’ovvia fase di analisi e di reporting, ma anche nella fase di planning: determinando il tipo di analisi necessaria – e nella fase di raccolta dati – determinando il tipo di informazione necessaria per quel problema specifico.

Storicamente la fonte era soprattutto l’informatore o l’infiltrato in campo nemico, che indichiamo con il termine Humint; oggi invece si può far riferimento ad una varietà di fonti tecnologiche (Techint) e, in particolare, alle cosiddette fonti aperte (Osint), cioè all’informazione disponibile in rete, sulla stampa e sui  database e, perciò, a disposizione di tutti; l’abilità dell’analista è dunque proprio quella di avvalersi solo dei dati necessari. Per ciò che riguarda l’Humint il ruolo dell’analista è quello di individuare il target del nuovo reclutamento, saggiarne le motivazioni, la lealtà e l’inclinazione al tradimento; vanno dunque analizzate le caratteristiche fisiche, estetiche, lo stato di salute, lo schema storico, il lavoro e l’ambiente sociale acquisito, fino ad un inquadramento completo del soggetto in questione.

Nel caso delle informazioni da fonti aperte (Osint), l’analista deve determinare il tipo di dato necessario e le modalità di raccolta per poi iniziare il lavoro di analisi vero e proprio, cioè trasformare l’informazione in intelligence.

Al termine del ciclo di intelligence l’analista comunica le proprie conclusioni al livello decisionale, dalle cui necessità ha preso inizio il ciclo stesso.
E’ opportuno sottolineare che nel campo dell’intelligence, per quanto paradossale possa sembrare,  più importante è ciò che si ha da dire, più importante e indaffarato sarà il nostro interlocutore, più la nostra presentazione dell’elaborato sarà one-shot (uno sparo, un colpo); non c’è quindi spazio per errori o tentennamenti. Quando invece il lavoro dell’analista di intelligence serve non solo al decisore che lo aveva rilevato, ma anche per altre branche dell’azienda o dell’istituzione, la presentazione dovrà invece avere contributi speciali che consentano al destinatario di apprendere tutti i particolari del processo analitico e, quindi, tutte le implicazioni dell’analisi svolta.

È chiaro che i metodi e gli strumenti tecnologici sono dei semplici supporti dell’attività dell’analista, il quale sceglie e decide in base alla propria capacità critica; in conclusione, dunque, si può tranquillamente asserire che l’aumentata quantità e qualità di dati grezzi e l’informazione valorizzano e rendono indispensabile sempre più la figura dell’analista a livello decisionale.

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