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Medio Oriente. La rivolta del Maghreb: nuovi scenari, incerti equilibri geopolitici

ROMA – Il terremoto geopolitico che ha riguardato il Nord Africa e che ancora non ha esaurito i suoi effetti, ha suscitato negli esperti del settore, e non solo, diversi interrogativi per molti versi motivati, che però,hanno ricevuto ad oggi poche risposte esaurienti. Tuttavia l’interrogativo principe cui nessuno riesce a rispondere è come abbia potuto verificarsi un sommovimento pari a quello che ha investito la sponda meridionale del Mediterraneo senza che nessun avvertimento lasciasse prevedere ciò che stava per accadere.

Non solo come dimensioni ma altresì come natura, gruppi egemonici emergenti, contro poteri in atto, influenza o meno del fondamentalismo religioso (Fratelli musulmani) e della militanza risalente al “jihad” o addirittura ad “al Qaeda”.

Oggi, a quasi nove mesi da quando, il 17 dicembre del 2010 un giovane venditore ambulante tunisino, Mohamed Buazizi, si dava fuoco per protesta contro i gendarmi, innestando quella rivolta che avrebbe investito il mondo arabo dal Marocco al Golfo Persico con gli epicentri più dirompenti nella stessa Tunisia, in Egitto e, infine, in Libia, ebbene, da allora ancora nessuno riesce a dirci chi stia prevalendo, chi conduca il gioco, quali previsioni sia possibile azzardare.        
Nessuna risposta si rivela esauriente ed è quasi automatico che i servizi segreti fungano da capri espiatori. Facile quanto probabilmente errato.    
Così nel recente rapporto del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza) al Parlamento, giusto al primo esplodere dei fatti, si potevano leggere poche righe: “Il Medio Oriente resta un’area particolarmente sensibile, i cui equilibri risultano ulteriormente influenzabili dalle tensioni esplose nel vicino Nord Africa, dove, a partire dall’epicentro tunisino, i fermenti sociali e le aspirazioni al cambiamento, amplificati e condivisi sul web, dovranno misurarsi con tentativi di strumentalizzazione in chiave islamista e con il rischio di inserimenti di natura terroristica”, ciò non di meno non si ha notizia di nessuna analisi molto più approfondita, neppure nel quadro della collaborazione con altri Servizi internazionali, particolarmente attenti a questo settore, come la Cia o il Mossad.

Forse la risposta o le risposte che cerchiamo non ci sono in quanto non potevano esserci. Le previsioni precise non sono state elaborate in quanto dietro all’esplodere di massa della protesta non agivano gruppi individuabili impegnati nella attuazione di piani rivoluzionari. Così come è avvenuto del resto con la caduta improvvisa del Muro di Berlino nel 1989, e il crollo, quasi senza colpo ferire, per un’ implosione tutta interna e non preordinata, dei regimi comunisti. Il passato insegna che a volte sistemi dittatoriali i quali si erano retti a lungo, oltre che sulla repressione, su consensi populisti, nazionalisti o di altra natura, accumulano nel loro seno una tale potenziale di protesta che, ad un certo punto, da nessuno preordinato, questo prorompe nelle forme di una rivolta. Così una storica frase pronunciata da Giuseppe Mazzini: “Quando il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa, e le folgori gli da”, si moltiplica grazie ai motori globali del web.
Solo a questo punto i Servizi, se avranno saputo prendere a tempo rapporti utili con tutti i movimenti presenti nello scenario, potranno cominciare a capire come si disporranno le forze e a suggerire  interventi per il mantenimento degli sperati equilibri geopolitici.

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