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Sciopero Cgil. Camusso: “Siamo sull’orlo dell’abisso”. La rivoluzione culturale può attendere

ROMA – Il discorso del segretario nazionale Susanna Camusso finisce con un “viva la Cgil” mentre le note  di “Bella Ciao”, come una colonna sonora, sovrastano la fine di questa partecipata mobilitazione dalla cui base si alza il grido del cambiamento.

“Ricostruire, protestare, esserci, nessuna rassegnazione, cambiare, questo non si tocca, scenderemo in piazza ancora, diremmo di no, indignarsi, togliere ai ricchi…”sono queste alcune delle parole d’ordine lanciate dal palco della Cgil per ricordare che oggi il più grande sindacato italiano è in prima linea contro la manovra del governo, e non solo quello,  e vuole affilare le armi del confronto politico.  “È stata una risposta straordinaria e partecipata sia nei luoghi di lavoro che nella piazza. Adesso la politica, il governo, devono ascoltarla questa piazza, non possono far finta di nulla. Altrimenti, la democrazia non funziona più”. Così  ha detto Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio.

Ma basteranno tutte queste belle parole per fermare gli obiettivi di un governo cieco e prepotente che non vuole sentire ragioni, incapace volutamente di leggere la realtà di un paese allo sfascio?
Basta spostarsi appena di qualche metro dal palco dei vertici sindacali per registrare i dubbi, le incertezze e anche qualche sana proposta di chi, dopo aver percorso centinaia di chilometri, è arrivato a Roma proprio come fedeli soldatini che rispondono alla chiamata.

Ma poi? E’ proprio il “domani” che lascia sempre sulle spine uomini e donne, lavoratori e lavoratrici, che di cortei, manifestazioni e mobilitazioni ne sanno qualcosa, specie in questi ultimi tempi. “Ci siamo sempre, noi!” tiene a precisare una giovane ragazza della provincia di Roma,  giunta nella capitale con un gruppo di colleghi. Tutti precari naturalmente. Loro fanno parte di quella classe di lavoratori in cui, ahimè, spesso regna il mutismo e la rassegnazione e alla quale non restano molte alternative  se non quella di manifestare il proprio dissenso.
“Se alzi la voce diventi una prepotente e finisce che dopo un po’ ti reputino come un sobillatore e ti ritrovi senza lavoro – ci dice Elena, 31 anni impiegata a progetto – e se parli di rivoluzione ti dicono che sei una terrorista e quindi vai rinchiusa…così rimane solo una cosa: la speranza che qualcosa cambi attraverso la nostra presenza, ammesso e concesso che i numeri contino ancora qualcosa visto che i diritti che la Costituzione garantisce a tutti noi vengono ogni giorno calpestati …”.

Avrei preferito una manifestazione unitaria…” incalza, invece,  Mario 57 anni operaio in una ditta di trasporti, il quale si domanda: “Perchè Cgil e Sindacati autonomi hanno deciso di manifestare in due cortei separati? Sarebbe stato meglio essere tutti assieme…Almeno in  questo delicatissimo frangente…”.
Insomma quello che si respira non è certo un clima festoso, come quella di una parata. Qui è la preoccupazione a regnare sovrana. Lo si legge sui volti dei presenti, attraverso  gli sguardi velocemente incrociati nella confusione della folla e persino nella postura di chi avanza in questo lento camminare per le vie storiche della capitale.

Le manifestazioni, i cortei sono sempre serviti a rifocillare le volontà, il motivo per cui andare avanti, proprio come si mette la benzina al motore di un’automobile. Esserci ad una manifestazione spesso ha il significato di riconquistare  quell’entusiasmo affievolito anche dalle sconfitte, capace di far riconquistare un diritto, uno spazio, una parola, una certezza.
“Oggi ci siamo, ma non basta” ci dice Emanuele di 59 anni. Lui è venuto, seduto su una sedia a rotelle, perchè anni fa un incidente sul lavoro lo ha paralizzato per il resto dei suoi giorni, incatenandolo a una “mezza vita”, come lui dice.

“Perchè da un po’ di tempo a questa parte dopo le manifestazioni non succedono le cose che abbiamo urlato a gran voce dalle piazze? Eppure eravamo in tanti?”, si chiede. “La risposta è semplice: alla fine nessuno le vuole ascoltare e tutti, ma proprio tutti non vogliono cambiare questo stato di cose, fino a quando noi semplici mortali non ci riprenderemo la nostra dignità avendo il coraggio di fare scelte più incisive a testa alta, senza paura. Proviamo a fare uno sciopero diverso, – dice Emanuele quasi volesse lanciare una sfida -,  a non pagare più quello che riteniamo eccessivo per le retribuzioni, le pensioni da fame che percepiamo, a mettere sotto il materasso i nostri risparmi togliendoli dai caveau delle stesse banche che hanno provocato la crisi.
Invece,  anestetizzati al malessere altrui,  continuiamo a scendere simbolicamente in piazza con l’illusione di sentirci vicini, che qualcosa possa veramente cambiare. Invece niente. Tutto rimane immutato, almeno per ora. Ecco quel che non vorremmo  accadesse per un solo giorno di lotta: che la rivoluzione culturale debba  attendere ancora”.

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