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Caso Meredith. Assolti dopo quattro anni di carcere. Quando la giustizia inquieta

ROMA – Oltre 4 anni di carcere da innocenti. E’ questo l’inquietante epilogo del delitto di Meredith Kercher; una vicenda intricata, segnata fin dal suo inizio da errori dovuti all’ingenuità con cui sono stati eseguiti i rilievi scientifici, tanto da aver  sottovalutato perfino i protocolli internazionali.

E viene da chiedersi se al posto di Amanda Knox, la cui pena di prima grado ha scatenato negli Stati Uniti un movimento a suo favore e Raffaele Sollecito, sostenuto dai familiari e dagli amici, ci fosse stato un povero disgraziato. L’agnello sacrificale di turno, scappato dal suo gregge e finito per ritrovarsi in un  luogo maledetto al momento sbagliato. Colui, o coloro in questo caso, da dare in pasto al giustizialismo mediatico, alla stessa folla che fuori dal carcere dopo la sentenza gridava “vergogna”, quasi la Corte  d’assise d’appello di Perugia avesse commesso un errore imperdonabile. E di errori ne sono stati fatti, forse troppi  e fin dall’inizio. L’impianto accusatorio, basato esclusivamente sulla prova scientifica contro i due giovani fidanzatini, era così fragile che la difesa l’ha demolito come un castello di cartone. In quel tragico 2007 i tre indagati, Amanda, Raffaele e Rudy avrebbero dovuto entrare in carcere per almeno un anno, perchè secondo il gip Claudia Matteini era loro interesse sviare le indagini. Eppure dopo il ritrovamento del cadavere di Meredith gli errori   della scientifica si sono ripetuti con una facilità estrema. Dal gancetto rinvenuto del reggiseno toccato dalle stesse mani che avevano preso altri oggetti, inquinando inevitabilmente i pochi indizi del Dna presente. Alla felpa sporca di sangue  di Meredith trovata solo a distanza di giorni dal delitto dentro la cesta dei panni sporchi. Un reperto che si sarebbe potuto trovare subito, ma nessuno ci aveva pensato.

Fino alla recente scoperta della famosa impronta del piede destro rimasta impressa nel tappetino del bagno, che si è scoperto non era quella di Raffaele, bensì di Rudy. E non è finita. Perchè anche il coltello inizialmente indicato come l’arma del delitto era incompatibile con le ferite e le tracce di sangue rilevate erano troppo deboli per riscontrare certezze assolute sulla loro origine. Insomma la sentenza dei due imputati si è giocata sul filo di analisi scientifiche debolissime difese nell’impianto accusatorio e poi demolite  giorno dopo giorno  dalla difesa degli imputati.

Di sicuro gli unici ad uscire  sconfitti da questo processo sono i familiari di Meredith. Loro, la giustizia la chiedono ancora e si domanderanno a lungo sul come sia stato possibile che una sentenza abbia ribaltato completamente la decisione di primo grado.
E non solo. Viene anche da chiedersi come mai due innocenti abbiano potuto scontare una pena durata più di quattro anni per un reato che non avevano commesso. Misteri della giustizia italiana? Lentezza della burocrazia giudiziaria? Forse. Ma di certo in un caso o nell’altro questa sentenza lascia quella sensazione di desolazione in un clima tipicamente italiano.

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