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Libia. Le conseguenze dell’oppressione

Alla notizia della morte del Rais, l’intero fronte dell’opposizione libico si è riversato sulle strade per festeggiare al grido «Allah è grande»; l’Occidente si è unito alla festa gongolando sul suo nuovo obiettivo raggiunto.
Esplicite ad esempio le parole del ministro degli Esteri francese, Alain Juppè: «Quello che era il nostro obiettivo, ossia accompagnare le forze del CNT nella liberazione del loro territorio, è stato raggiunto».

Più pacate, ma non certo meno altisonanti, le parole del presidente americano Barack Obama: «Avete vinto la vostra rivoluzione, la missione Nato finirà presto».
Di diverso tenore le parole del primo ministro italiano, Silvio Berlusconi: «Sic transit gloria mundi», «così passa la gloria del mondo» o, se si preferisce, «come sono effimere le cose del mondo».
Una frase laconica a simboleggiare un interiore dispiacere per la morte del Raìs, o forse un pubblico riconoscimento all’uomo e al politico Gheddafi; dubbio non da poco benché i due fossero legati da profonda amicizia e stima.
In più occasioni il primo ministro italiano ha difeso il legame libico con l’uomo Gheddafi, considerandolo un grande politico amato dal suo popolo, dimentico che il Rais fosse un dittatore e che il suo popolo, viste le esultanze odierne, così tanto non lo amava.

Spostando i riflettori dalla figura del Rais al sistema costruito – da società industriali e non solo – attorno al mondo Rais, si accendono le riflessioni d’intellettuali, storici e politologi sui mille perché che la questione libica solleva.
Intrecci e legami che hanno detronizzato un popolo e costruito un regime ad hoc utile per i grandi investimenti e gli spropositati guadagni; tanti, troppi i buchi neri su questa vicenda dal sapore beffardo che ha nella sofferenza del popolo libico l’unica certezza.
Della corale responsabilità oggettiva del disastro libico pare che nessuno ricordi nulla, come se la storia avesse ingurgitato uomini e vicende nella frenetica rapsodia degli eventi, susseguitisi a una velocità sempre meno umana o forse sempre più verticale, in cui la memoria è valida solo per critici e manuali storiografici!
Per questa ragione strette di mano, accordi, visite fiabesche (al limite dell’assurdo) fra tende, cavalli e ragazze in tacco a spillo sono solo una mera sottigliezza di un tempo già abbandonato nelle pagine degli inguaribili nostalgici della memoria storica.
“Obbligati” dalle contingenze di un capitalismo inscritto alla magna carta del dio oro nero, ci si è ritrovati costretti ad amicizie e patti invadenti, necessari, necessitanti e non sempre leciti, quelli che potremo definire i “servilismi” funzionali al detto governante per concedere poi benefici e beni primari ai cittadini quali la libertà, la giustizia, la dignità e soprattutto una vita buona.

Ma qualcosa forse è sfuggita ai benpensanti, perché la realtà oggi dice che questi succulenti patti non han giovato ai tutti ma solo ai pochi, siamo nel tempo storico degli indignati!
Non a caso l’intero mondo occidentale si trova costretto a fronteggiare le rivolte popolari – certo non sarà il 99% della popolazione a non aver usufruito di queste lussuose prebende, ma una buona fetta del globo si! -; proprio di quei cittadini che avrebbero dovuto beneficiare di quei patti servili menzionati poc’anzi.
È la rappresentazione della follia e del fallimento di una politica economica mondiale che ha perso per strada alcuni elementi fondamentali, la responsabilità delle azioni e i suoi cittadini come garanti della vita buona.
Non deve sorprendere, quindi, che oggi sul carro dei vincitori di quest’ennesimo conflitto ritroviamo ex amici e vecchi nemici a esultare su una guerra di liberazione non voluta, non segnata in agenda e tanto meno liberatrice: perché, si sia chiari, quelli che possiamo definire i perbenisti del pensiero o meglio ancora i tutori di quel popolo oppresso che chiedeva solo la dignità dell’esistenza e un pezzo di quella terra chiamata libertà, non hanno il benché minimo interesse a cambiare strategie di politica economica, perché su quegli accordi si sono costruite le loro fortune, e poco importa se a manifestare ci saranno gli indignati.

La realtà dice che l’intero sistema economico mondiale non solo è fallito nella sua eterogenesi di principi, ma è fallito miseramente il principio cardine del sistema, il capitalismo sorretto da questo modus operandi di banchieri, politici e legami sporchi.
È crollata come un castello di sabbia la scelta discutibile di appoggiare per lunghi decenni stati in cui la democrazia era solo uno specchietto per le allodole.
Maschere di governanti inclini al capitalismo privato hanno permesso le stoltezze di dittature e guerre di liberazione improprie e non vere, macchiando la storia di sangue e vittime innocenti.
La primavera araba ha insegnato che sottostare a quei principi di vita e a quei prìncipi non ha condotto alcuna miglioria nella qualità della vita generale, ma solo ai regnanti e ai loro seduttori in giacca e cravatta.
Diventa d’obbligo quindi domandarsi quale futuro si prospetti per la Libia dopo gli avvenimenti di questi ultimi giorni. Che significato porterà con sé l’uccisione di Gheddafi?

La morte del dittatore, tanto voluta e desiderata dal popolo oppresso, quali conseguenze comporterà nell’economia politica dello stato africano in materia di politica economica estera?
E ancora, alla luce della rivolta e dell’esito che questa ha avuto, come saranno da considerare i nuovi rapporti fra il futuro governo libico e il blocco occidentale, che fino a non molto tempo fa stringeva accordi con il Rais?
Caduta rovinosamente una dittatura, per opera della volontà popolare, come s’inizierà e da chi partirà la ri-costruzione di uno Stato che negli ultimi trent’anni ha vissuto sotto l’egida di un tiranno?
Che ruolo rivestiranno i membri del CNT nel dopo Rais? Come interpretare le parole del leader Jibril: “La nuova Libia sarà fondata sulla Sharia”? Una democrazia fondata sulla legge coranica, è questo quel che chiedono i cittadini libici? Fra otto mesi le elezioni come saranno costruite fra le diverse tribù?
Con chi si stringeranno gli accordi? Perché gli stessi uomini che ieri stringevano quelle mani e ora esultano con il mondo intero la fine di un regime domani si troveranno sullo stesso tavolo a concertare patti, prezzi, intermediari e ogni sorta di legame politico-economico.

Ma quale credibilità avranno costoro agli occhi del popolo, il vero sovrano di questa rivoluzione? I nuovi indignati a fronte della loro protesta come penseranno di gestire questo blocco di indignati nordafricani?
Perché sia ben chiaro, i due fronti saranno pure separati da una striscia di mare ma nei loro principi lottano per lo stesso motivo, avere ed essere riconosciuti nella e della loro dignità di cittadini.
O forse si è convinti che i due movimenti sociali siano differenti nella forma e nella sostanza? Sarebbe un grave errore a fronte del termine indignazione, perché non si scorda, dittatori, banche, capitalisti dettano le regole del gioco – gli accusati delle rivolte -, ma in questo loro gioco non è consentito ad altri di parteciparvi, per cui non saranno ammesse intrusioni o rivoluzioni d’ogni sorta.
Quali saranno allora le conseguenze dell’oppressione?
Non ci resta che prendere un taccuino e segnare gli avvenimenti che verranno, prima che qualcuno provi a cancellarli nell’oblio.

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